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7.4

Speranza. Cos’è la speranza in un mondo che l’ha sempre ricoperta di quintali di fango? Come si dialoga con l’idea di un futuro migliore quando non si è nemmeno certi di poterne avere uno — o, peggio ancora, di meritarlo? “Sperare”, ci ricorda Venerus, “è qualcosa di innato, innamorarsi della speranza è riconoscere questa verità e attribuirle valore”. Per il cantante milanese, sperare è parte di un progetto di ricostruzione di un umanesimo individuale e collettivo che, se non può ripulire il sangue che sgorga incessante, può almeno provare a ripristinare valori, sensazioni, atmosfere.

Così, dopo Magica Musica, apologia allucinata e cosmica dell’arte e del suo magnetismo, e Il Segreto, dialogo di seta sull’amore e sulle sue fugaci derive, Speriamo mette la proverbiale ciliegina su un messaggio di malinconica speranza, lontano da qualsiasi ottuso positivismo. Non è un album in cui si sorride: è un album in cui la fragilità può ancora trasformarsi in sensazione, e quindi in umanità (“Mi chiedo se c’ho ancora un po’ di anima, se me lo chiedo ho ancora un po’ di anima”, cantava Marracash in Senza Dio, concetto recentemente ripreso da Caparezza in Pathosfera).

Il terzo LP di Venerus è allora inevitabile figlio dei nostri tempi e dei nostri tempi si dimostra uno dei migliori traduttori spirituali, grazie a un lirismo capace di addolcire e pugnalarci, di individualizzarsi e trascendere, di narrare e rappresentare, di muoversi nel tempo e nello spazio. “Ho perso una parte di me che vorrebbe insegnarti a ballare”, canta in coro con Cosmo nella  Tra le Tue Braccia, come se parlare di un amore forte che sfuma piano piano fosse la cosa più naturale del mondo; come se un gatto di città (Venerus) e uno di campagna (Marco Castello) potessero raccontarci sogni, desideri e ambizioni di due differenti macrocosmi in uno spazio tra Dalla, De Gregori e fantasmi new age (Felini); come se perfino una dedica alla propria moto (La Moto (Alizée)) potesse andare oltre l’ode futurista alla velocità e diventare il racconto di una fuga e di un cambiamento inevitabile (“Sono caduto per strada e mi sono presentato con un mazzo di sangue per il tuo compleanno”, un’immagine che mi ha ricordato il surrealismo fragile di Il Canto Dell’Asino).

Speriamo si muove così tra vignette di un’esistenza postmoderna fugace e smarrita nel flusso: ora malinconica (Quello che resta), ora disorientata e disorientante (Un Giorno Triste), ora allucinata (la posse track Cool, con MACE alla produzione e Side Baby, Mahmood e Jake La Furia al microfono), ora onirico (Pensieri parte 2 (Bellusco Blues), con il suo magnetico jazz rap sull’illusione e il sogno come dimensioni altre). La scrittura è cantautorale, indie e hip hop allo stesso tempo: accosta temi alti e passaggi grezzi, vita quotidiana e immagini astratte, componendo uno dei pastiche poetici più ricchi degli ultimi anni.

Come già notava Luca Roncoroni recensendo Magica Musica, quella di Venerus è una sorta di “black music sbiancata”, che qui torna come base per crossover, mescolanze e voli pindarici: tra momenti più immediati (lo scanzonato pop-rock di La Moto, il synth-pop dolce e raffinato di Impossibile, il piano-rap, un po’ banale ma comunque riuscito, di Ti Penso) e veri e propri esperimenti da laboratorio. Un Giorno Triste, con un Gemitaiz in stato di grazia, fonde boom bap lisergico, pop rock anni Duemila, slanci prog e cambi ritmici; Sesso è un drum & bass traslucido che racconta la magia del contatto fisico in un’atmosfera altezza OBE ; Okay, con Altea, amanda lean e not for climbing, alterna elettronica cadenzata, ritmica hip hop, un ritornello sognante e una metamorfosi lo-fi nel mezzo del brano: è il picco sonoro ed estetico dell’intero disco.

Tirando le somme, sembra che con Speriamo Venerus abbia messo in campo tutto ciò che sa fare meglio: uno stile che diventa molti stili; un’immagine — quella della copertina, lui con la moto in un bosco notturno in un dipinto dalle tinte gotiche — che si frantuma in un flusso di pensieri sospesi tra trascendenza e quotidiano; una penna che ha saputo regalare alcune delle sue migliori strofe di sempre, esistenziale, immediata, sublime.

Il terzo del cantautore milanese è uno degli album più compiuti dell’anno: un dialogo con la speranza in un mondo nerissimo. Preservare l’anima è il modo in cui Venerus preserva l’uomo e le sue sensazioni, e ce lo racconta in 42 minuti di it-pop sofisticato e multiforme. Speriamo davvero che l’indie riparta da qui, dalle commistioni e dal cantautorato. Ne ha bisogno.

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