Recensioni

7.6

Nove anni fa, il secondo album della Bunyan, Lookaftering, arrivava con tempistica perfetta fotografando l’apice di due dei trend di maggior rilievo della decade appena conclusa, il pre-war e il weird-folk. Lookaftering fu una sorta di conquista per musicisti come Glenn Johnson e Devendra Banhart, che collaborando al ritorno della mitica folksinger di Skye, in qualche modo costruivano un ponte intergenerazionale e nobilitavano le proprie origini. Se quel disco sembrava arrivare un attimo dopo il capolavoro Just Another Diamond Day, questo terzo, da qualcuno indicato come l’ultima pubblicazione della musicista, sembra far parte delle stesse session del precedente.

Si nota, invero, un approccio meno hi-fi, dal momento che non ci sono collaborazioni di prestigio, a parte il solito Devendra su Holy Smoke, perché di fatto questo album, chiudendo un cerchio, è un lavoro prettamente solista registrato in solitudine, fatta eccezione per Gareth Dickson e Jo Mango, che hanno accompagnato la Bunyan per anni dal vivo. Tutto questo si traduce in una collezione di canzoni ancora più fragili e sussurrate, l’equivalente musicale di un haiku giapponese. L’iniziale Accross The Water prepara il terreno con i suoi arpeggi circolari, le sue fanfare ovattate, le parole sottili come un velo di seta. Dal momento che ogni arrangiamento e ogni registrazione è stata fatta dall’autrice stessa, l’effetto finale è quello di avere dieci tracce, così dense ed elaborate, che ognuna di esse sembra essere l’epitaffio definitivo di una carriera.

C’è il solito calore femminile di una donna che ti dice tutto del mondo, qualcosa di deliziosamente familiare, come se fosse una filastrocca tramandata da madre a figlia, di generazione in generazione. Il piano di Mother e Blue Shed un po’ spezza la trama uniforme degli arrangiamenti, che in generale sono sempre gli stessi con una predominanza di chitarra, harmonium e synth. Ma il gusto generale, sembra trovare la misura giusta di ogni gesto, pertanto le doppie voci trattate di Jellyfish trovano un incastro perfetto sul carillon gentile degli effetti, e le note arpeggiate di Here si uniscono meravigliosamente al tappeto di harmonium, voci e flauto traverso. Da ascoltare e riascoltare fino a rimanere sordi.

La nomade romantica di Just Another Diamond Day ha ceduto il passo ad una donna che riflette sui propri affetti, come cuore primordiale di ogni esistenza. La title-track conclusiva, con la sua insistenza sulla parola “heart” chiude deliziosamente il sipario su una riuscitissima e poetica, quanto volutamente dimessa, rappresentazione del cuore della femminilità, come costola fondamentale del mondo.

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