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7.3

In questo preciso momento storico, i Valerian Swing sono la band più internazionale del panorama italiano del post-rock. E non solo perché è il secondo disco che viene mixato da Matt Bayles (già al lavoro con i Mastodon) e nemmeno per aver partecipato al SXSW o al Colossal Weekend in compagnia dei Deafheaven e degli Oxbow. Tutte cose importanti quelle elencate in precedenza, per carità, ma se non hai qualcosa da dire e da dire bene, fai poca strada. Per fortuna, i Valerian Swing di cose da dire, ne hanno. Metabolizzata l’uscita del bassista Alan Ferioli e accolto Francesco Giovanetti alla baritono, gli Swing raggiungono con Nights la maturità linguistica, inserendo addirittura nel loro arsenale fatto di cambi tempo, velocità e matematiche ritmiche, delle piccole particelle cantate che appaiono quasi come delle lacerazioni nelle tele di algoritmi e distorsioni affisse dai tre nelle otto tracce di Nights.

Ogni traccia ha un numero, tranne la prima che si chiama A Leaf e che è tutto fuorché una piuma, con quelle maestose aperture spaziali che richiamano gli Explosions in The Sky e le Great Plains americane in salsa Pianura Padana. Un po’ il grado zero di quella che più che una tracklist sembra un’escalation verso la deflagrazione di Six Feet, con Four Horses a fare da innesco e Five Walls a prepare il campo per la distruzione imminente. Seven Cliffs (la più battles-iana del lotto) e Eight Dawns chiudono i giochi, mettendo il punto esclamativo su uno dei dischi italiani più belli di questo 2017 agli sgoccioli.

Se già in passato avevano dimostrato di essere corazzati e capaci, con Nights i Valerian Swing raggiungono il loro apice creativo. Bravi.

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