Recensioni

6

Come quasi tutte le realtà di successo, anche X Factor ha i suoi pregi e i suoi difetti. Sicuramente sfoggia buone capacità di intrattenimento, sicuramente è tra i pochi contesti all’interno della televisione generalista italiana in cui si parli di musica in un certo modo (talvolta addirittura con cognizione di causa) e sicuramente può avere la forza di svecchiare un mondo generalmente abitato da cariatidi che fanno trenini dalla mattina alla sera. Ovviamente, però, non ci si può accontentare.

Sono stati fatti passi in avanti (come l’introduzione della categoria band) e tentativi di avvicinamento a contesti diversi dalla consueta e vetusta canzone italiana, ma i limiti sono comunque pesanti e intrinsechi alla natura stessa di un format (l’edizione italiana non ha nulla da invidiare all’edizione inglese, anzi) che giocoforza vive di compromessi opprimenti. Qualunque sia il retaggio dei cantanti o delle band che pubblicano dischi major post-XF, il risultato nella quasi totalità dei casi viene sotterrato da promozioni artisticamente asettiche o talvolta avvilenti: i firmacopie, le ospitate trash e gli artwork osceni fatti con lo stampino, ad esempio. Ma la musica? Si dice che chi ha veramente qualcosa da dire scelga di evitare il talent (nonostante un entourage composto da molti addetti che si muovono in contesti “indie”), eppure molto raramente su quel palco si intercettano progetti interessanti. Se hai un po’ di orecchio li riconosci subito, altrimenti basta puntare su quelli che vengono etichettati come “novità assoluta” (ovviamente senza esserlo neanche lontanamente) o come “alieni”. Sono loro, non si può sbagliare.

In questo senso la scorsa edizione è stata decisamente fortunata con ben due progetti non troppo distanti da una contemporaneità internazionale effettivamente difficile da rintracciare a quel livello di visibilità: Landlord e Urban Strangers. Se i primi stanno portando avanti un percorso di ricerca lontani dai tempi imposti dalle major, gli Urban Strangers, forti del grande successo dell’EP post-talent (Runaway, oltre 35.000 copie), sono chiamati all’esordio lungo (prima di X Factor avevano comunque pubblicato del materiale) da spingere durante il più remunerativo periodo pre-natalizio. Si chiama Detachment e da un lato conferma le buone impressioni suscitate fin da subito, dall’altro non fa altro che smentire l’ingenuità di chi pensa che da freddi schemi discografici possano uscire album degni di nota.

Contrariamente a molti dei personaggi visti sul palco del talent in questione, Gennaro e Alessio non sono degli sprovveduti e balza subito all’orecchio il loro nutrirsi di musica in modo attivo, con riferimenti – buoni (El-P, James Blake) o meno buoni (Ed Sheeran) che siano – comunque al passo con i tempi. I limiti emergono quando a sostituire una capacità compositiva ancora un po’ traballante (hanno tempo per migliorare) viene in soccorso la mano del business. Succede, ad esempio, in passaggi tamarri fuori luogo come le conclusive Medical e Intro (tra sfumature grime e dance un po’ pasticciate), My Fault (ritornello colmo di un’energia che suona forzata e poco adatta al duo) o Leaf, traccia molto ordinaria in cui la produzione da boyband appesantisce il tutto. Gli ingranaggi non girano tutti, si sente che manca qualcosa in termini di centralità (certi bilanciamenti un po’ patinati sulla voce erano evitabili) e di esperienza (ancora da affinare la fluidità). Si avverte quasi una sovrabbondanza di idee e di suoni (la chitarrina funky in Warrior era necessaria?) e lo si intuisce anche dal fatto che i brevi accenni acustici (5 e Rising) stanno in piedi anche senza particolari orpelli. Più interessanti episodi come So, con la sua ritmica intarsiata di micro sperimentazioni (FKA Twigs ha fatto scuola), o il singolo Bones, certamente coraggioso nel suo essere prettamente atmosferico con tempi che si dilatano e si accorciano seguendo metriche non convenzionali. Il sentiero più minimale e notturno giova sicuramente, ma i Nostri non falliscono neanche quando uno pseudo-hip hop viene plasmato su beat cadenzati e ricchi di particolari, finendo per ricordare (accadeva già in Runaway) i Glass Animals in una veste più didattica e meno concreta a livello ritmico-melodico (Stronger).

Pur essendo uno dei prodotti post-talent più validi, la strada per diventare punti di riferimento è ancora lunga: per il momento le alternative (internazionali ma anche italiane) sono una spanna sopra, sotto quasi tutti i punti di vista. Starà a loro decidere se accontentarsi di essere tra i pochi artisti potenzialmente interessanti che popolano (per quanto?) il mercato mainstream italiano o se invece scavare più a fondo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette