Recensioni

Il cartellone della quinta edizione di Unaltrofestival, un appuntamento che ormai ha preso sempre più quota nell’offerta di concerti milanese, prometteva “un’ultima boccata d’estate” tra gruppi emergenti, un gradito ritorno e un dj set d’eccezione (quello di Mike Joyce degli Smiths per l’aftershow). L’inizio di settembre ha preferito portarci un sorso di autunno. Poco male: la pioggia che si era abbattuta su Milano ha risparmiato le sera del concerto e il clima preautunnale si adattava bene alle brume melodiche targate Slowdive, gli indiscussi padroni della serata.

Non ci aspettavamo troppo, a dirla tutta, da Belize e Wrongonyou, mentre per i Seafret, duo britannico con un album all’attivo, c’è da dire che la voce del cantante Jack Sedman riempie bene il suo spazio nel live – e questo nonostante i quattro che giocavano a calciobalilla alle mie spalle abbiano provato in tutti i modi a sfidarlo sul volume (eh eh, doveva essere una partita molto importante, se non li distraeva il concerto e neppure la disfatta degli azzurri al Bernabeu che qualcun altro si era messo a guardare dentro il locale…). Tornando ai Seafret, al di là della presenza vocale, quasi necessaria e obbligata, visto l’assetto strumentale ridotto a una sola chitarra o tastiera di supporto, il repertorio non è ancora di quelli così incisivi o memorabili – forse crescerà, chi lo sa. Discorso diverso per i Gazebo Penguins, che esordienti non sono più da un po’ e hanno una storia giovane ma consolidata comunque da tre album. L’ultimo è il recente Nebbia, che la scaletta finisce per rispecchiare quasi nella sua interezza. La fantomatica svolta synth-wave cui si accenna in un video un po’ per prendersi in giro, non è in realtà che un’integrazione elettronica di un suono che rimane forte sul versante chitarristico. Quello di Bismantova, Nebbia, Febbre – le tre canzoni con cui iniziano il set – è il lato che personalmente trovo interessante (sembra svaporare in una forma più eterea e astratta, oltre che molto melodica, di cantautorato italiano post-emo), più dei brani in cui l’emocore si sposta verso tinte noise-rock. L’impressione è che comunque siano una band cresciuta anche sul piano live, rispetto a un ricordo a dire il vero non nitidissimo di un concerto di qualche anno fa.

E veniamo al momento clou. Con una puntualità svizzera, favorita sicuramente dall’alternanza dei due palchi e da un’organizzazione che elimina molti dei tempi morti per i sound-check rispettando quasi al minuto la tabella di marcia, si presentano sul palco gli Slowdive. Chi scrive li aspettava da parecchio (mancati finora per errate coincidenze spazio-temporali). Valevano l’attesa, anche discografica, visto che partono con Slomo, l’opener dell’album omonimo di quest’anno, un ritorno in studio assolutamente all’altezza. Non c’è solo il presente sul palco stasera, ma si va dritti alle origini con Slowdive e Catch the Breeze, per cui Rachel Goswell lascia le tastiere e imbraccia una chitarra. Lo farà più di una volta. L’aria fresca della sera – anche Rachel che ha iniziato sbracciata preferisce correre ai ripari con un giacchino di pelliccia – reagisce bene con la temperatura emotiva che sale sempre di più e crea l’atmosfera giusta. Lo shoegazing più etereo e quello più dinamico e rockeggiato vanno a braccetto, il gruppo che già aveva cominciato bene sale di tono, perché la parte aulica dei pezzi di Souvlaki comincia (Machine Gun) e prosegue (con Souvlaki Soul Station, Alison e When the Sun Hits, tutte accolte con entusiasmo). Acclamato è anche l’attacco di Sugar for the Pill, segno che pure i pezzi nuovi sono già nel cuore dei presenti. Momenti di poesia e grazia psichedelica ce ne sono in abbondanza con le voci (e le chitarre) a dialogare in questa epica soffusa dentro un suono senza sbavature – e a proposito del suono, lo ammetto, ho pensato di nascosto ai My Bloody Valentine rivisti sul palco qualche anno fa, che le sfumature dei loro pezzi se le erano dimenticate (apposta) dentro il reattore nucleare nascosto nell’ampli di Kevin Shields; ma volumi a parte, il feedback e il rumore per gli Slowdive sono una scia discreta e gentile, e le voci – sempre adamantine, forse un pelo appannate giusto nel finale – sono sempre le grandi protagoniste. Mentre intorno partono le danze con i dj set, penso quello che pensavo all’inizio: che era una serata da non saltare. Per nessun motivo.

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