Recensioni

7.2

Guardarsi allo specchio e vedere il mondo andare letteralmente in frantumi. Dopo una crisi interna che ha minato la stabilità della band, esorcizzata con il precedente Compact Trauma, gli Ulrika Spacek tornano a fare ciò che gli riesce meglio: captare frequenze, decifrare segnali e (ri)codificare il tutto in suono alieno e compatto. Nel corso degli anni, la loro formula psych ha mostrato un sempre crescente desiderio di contaminazione con un’idea di elettronica estremamente libera, in rima alle correnti arty ed indie che – proprio da Compact Trauma in poi – sembrano aver trovato una forma compiuta.

Expo si inserisce in questo macro-blocco di frizioni sonore: una massa fluida ed incorporea tarata tanto sul calore analogico emesso da corde, fiati e percussioni, quanto su algide raffiche di sample digitali: lo stesso Rhys Edwards definisce il nuovo lavoro “un patchwork sonoro che può contare su una vera e propria banca dati di sample”.

L’effetto che ne deriva è straniante, fin dai primi istanti dell’Intro, con le sue sirene, echi sinistri e ritmica sghemba pronta a catapultarci nella successiva Picto, di ritorno dallo sciamare digitale di Ok Computer. Quella stessa vertigine di inquietudine attraversa l’intera produzione dell’album scoprendoci sorpresi: la voce di Edwards si muove in uno spazio ultraterreno, volutamente non a fuoco, ed è il grido sommesso di una società stregata dal desiderio di apparire, osservata con gli occhi di chi si appresta ad intraprendere il percorso di genitore. Tema che si lega a doppio filo a quello dell’isolamento, inteso come rovescio della medaglia di una comunità digitale che si è rivelata effimera, fuori fuoco.

Intuizioni ed input che riescono a trovare il giusto sfogo negli undici brani del nuovo album. L’impianto sonoro di Expo affascina perché ragionato su blocchi che trovano sempre il loro perfetto incastro: parliamo di un ‘suono nucleare’, intorno a cui ruotano molecole sia analogiche che digitali.

Gli Ulrika Spacek campionano umori e stati d’animo e li spalmano sulla corteccia di chitarre psichedeliche (Square Root of None), timbri indie-rock (This Time I’m Present) e scenari al limitare dello shoegaze (Showroom Poetry). Il dialogo con l’elettronica si infittisce in chiusura, nella Weight & Measures che accoglie acide folate jazzy intervallate da puntate noise, nell’ammaliante incedere di A Modern Low – ancora in scia a Thom Yorke – che prepara il terreno alla liberatoria chiosa di Incomplete Symphony, colonna sonora di un filmico sogno lucido.

Nel polarizzante gioco di forze, immerse tra pieni e vuoti, Expo proietta la band inglese in un futuro dominato sì da macchine, codici, prompt, IA ma ancora animato da un cuore vermiglio e pulsante. Lasciatevi rapire.

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