Recensioni

7.2

C’è un’etica improvvisativa quasi jazzistica, nei testi degli Ubba Bond. Non che gli stessi siano effettivamente improvvisati, ma l’impressione, mentre li ascolti, è che la narrativa alla base abbia a che fare con una sorta di libera associazione tematica che non sai mai dove andrà a parare, frutto di un’intimità esposta a grandi linee e a immagini sparse, quasi fosse una sorta di assolo. Una forma di racconto allentata, che tuttavia mostra senza troppi fronzoli quella universalità nei significati che manca a molti, troppi musicisti ultimamente, unita a una valenza poetica apprezzabile.

La musica segue di conseguenza: brani in bilico tra rock e cantautorato, ma con certi inserti di sax che decontestualizzano il materiale facendolo assomigliare alla nostra musica d’autore degli anni settanta/ottanta, quando si osavano commistioni tra il succitato jazz e il pop o la canzone “seria”. Un suono lontanissimo da quelle estetiche precostituite da supermercato delle playlist che si ascoltano oggigiorno, persino sgrammaticato da un certo punto di vista, un po’ come l’andatura di quella Bob in bilico tra spoken word, chitarre imbastardite da un impeto no-wave represso, groove e baldanza stoned. Gli spazi sono ampi, nella musica della band bolognese (alla base della formazione, il duo Andrea Bondi e Guglielmo Ubaldi, coadiuvato da altri valenti musicisti), non c’è alcuna fretta, e a ogni svisata, ogni assolo, ogni affluente melodico, viene lasciato il tempo di svilupparsi senza che ci si preoccupi troppo che il tutto sia politically correct agli occhi del singolo perfetto. La conseguenza è che gli stili si inseguono, convivono, si arricchiscono a vicenda: se Girasoli Olandesi è un rock un po’ grossolano ma col giusto piglio Springsteen e un’energia che prende all’istante, Aprile fa tornare in mente i Marta Sui Tubi, Temporeale sfida con quel motorik un krautrock di sponda che non t’aspetteresti, Su milioni di auto vive di un arrangiamento orchestrale e di un bellissimo testo-poesia tratto da un racconto di Max Guidetti.

Gli Ubba Bond non sono certamente il nome più chiacchierato sulla piazza, ma ci sembrano il giusto antidoto a un’epoca in cui il conformismo, anche in musica, viene vissuto erroneamente come un valore. I Nostri sono un po’ il corrispettivo della fotografia su pellicola, che volente o nolente restituisce colori imperfetti, se paragonati alla brillantezza del mondo digitale, ma certamente più reali. Ecco, chiamiamola canzone neo-realista allora, e il succo è che ci piace assai.

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