Recensioni
Dobbiamo ammettere che abbiamo passato buona parte del giorno successivo il concerto di cui andremo a parlare – oltre a dover fare i conti con un fastidiosissimo fischio alle orecchie – a pensare ad un aggettivo che fosse in grado di riassumere l’ora e mezza di live con cui Ty Segall e la Manipulator Band (dal titolo dell’ultimo album in studio) hanno tramortito, la sera di Halloween, il pubblico della Capitale. Attesissimo, come pochi altri di questi tempi, Ty Segall sale sul palco di uno stracolmo Init quando le 23:00 sono scoccate da pochi minuti. Prima di lui, a scaldare la platea romana, ci sono i francesi JC Satan, che con il loro potente garage-punk rodano gli amplificatori che di lì a poco avranno il compito di far esplodere il suono della band di San Francisco.
Introdotto da uno svitato, quanto alcolico, cowboy di nome Jimmy, il “cespuglio” biondo della California fa il suo ingresso accompagnato dalla ormai fidata band composta da Charles Moothart alla chitarra, Emily Rose Epstein alla batteria e il più noto Mikal Cronin (vale la pena procurarsi il suo ultimo MCII) al basso. Giusto il tempo di “settare” le spie, che tutta la rozzezza del suono, cui Ty ci ha sinora abituato su disco, viene sparata dritta in faccia al fomentatissimo pubblico romano. Un ceffone dal quale è quasi impossibile riprendersi. Ci si ritrova a dover schivare proiettili di puro garage-rock provenienti dal meglio della già corposissima produzione firmata Segall (ha solo 27 anni il Nostro, ricordiamolo) e dall’ultimo ottimo Manipulator (l’inizio del concerto è affidato proprio all’omonima, psicotica, traccia che dà il nome al disco). Il passo è quindi scandito dal roboante suono rock’n’roll di pezzi tratti dai precedenti Slaughterhouse (Tell Me What’s Inside Your Heart, Wave Goodbye), Melted (Girlfriend, Caesar), Fuzz (You’re the Doctor, Thank God for Sinners) e dal già citato Manipulator – ben rappresentato tra le altre da Feel, the Clock, It’s Over e Susie Thumb. I quattro costruiscono così un muro del suono solidissimo la cui unica pecca sta forse nella ridondanza di riff appiccicosi e che, detta papale papale, finiscono per apparire un po’ troppo simili tra loro.
Durante l’ora e mezza di live, che fila via spedita, Ty decide di non concedersi nemmeno un momento “tirafiato”, se non quando con il resto della sua gang abbandona il palco per mascherarsi, in vista della divertente gag finale in cui una band rimescolata (Segall passa alla batteria per l’occasione) dà vita a una cover band dei Black Flag (i Bat Flag) che avrà l’onere di riproporre classici del rock’n’roll (tra cui Rise Above e Louie Louie) in versione punk. I più intransigenti e devoti alla causa del rock’n’roll vecchio stampo rimangono perplessi, ma comunque soddisfatti del live deflagrante di Ty Segall & co. Eccolo l’aggettivo che stavamo cercando! Deflagrante!
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