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Nel momento in cui la sua carriera discografica inizia a volgere verso l’età di un figlio adolescente, Ty è diventato un cerimonioso architetto, ebbro di velleità che spaziano in un range tra il brutalismo e il radicale: Freedom Goblin, posto come pietra di paragone e breviario di quanto prodotto fino a quello step, è il suo leviatano da guardia, cucciolone bavoso che si prende milioni di licenze e spunti e li frulla senza una direzione ben precisa – il beverone è buono, ma stucchevole. Abbandonate le velleità da Gio Ponti, Ty posa il nerbo da rabdomante, il velo di abbacinante luminescenza del guru, e destatosi da un sonno goyano inizia a scalpitare in un febbricitante delirio, come un Phil Spector nel colmo di un unto incubo post-prandiale: campanelli, percussioni, bonghi, travi di legno e altri rudimentali oggetti costituiscono il midollo spinale che anima il corpo inerte; ukulele, synth di ogni foggia ed epoca, koto, bouzouki e altri sfiati esotici prendono il posto della ormai sfibrata chitarra elettrica.
Le regole del gioco sono semplici: tutto ciò che agisce sulle frequenze del canale destro proviene dalle sapienti mani di Charles Moothart, già Cookie Monster della Freedom Band; sul sinistro, il sermone allucinato di Ty, come se governato da spasmi dovuti dal morso di un ragno delle banane. Il risultato: First Taste. Che al primo assaggio è un gran casino, una esplosione di sapori discordanti e imponenti sapidità. Poi tutto si fa più chiaro, e quando il velo si dispiega, il soundscape cola come morbido e aureo, velenoso albume, dal suo guscio: c’è un sentimento diverso, un’euforia zappiana, infantile seppur perfettamente pilotata – scalpita e si arresta, arranca e riparte. Si sente che lo spirito è più libero, non più legato alla logica del piglio tutto, ma unidirezionale, liscio, come un tunnel sotto l’Appennino.
Ty non suona neanche, sembra posseduto da un demone ancestrale, come MJ contro i Jazz. Adesso guarda il foglio bianco con occhi diversi, lo cosparge di acrilico a mani nude, parla dei suoi vecchi e della famiglia che lo circonda, nel suo inquieto vivere come uno zingaro, di palco in palco, di idioma in idioma, da un’inesorabile ciclo all’altro (quello breve, semestrale, di ogni sua creatura). E questa, tra le varie altre creature, è quella che più reclama il proprio distaccamento dal patriarcato, un soffio di flauto iperbasso alla volta.
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