Recensioni

Ora che GLOW ON è finito nella parte alta delle classifiche dei magazine musicali di mezzo mondo, posso confessare che non avrei mai creduto, nel 2021, di poter associare il termine “innovativo” ad un gruppo hardcore. O meglio, ad una rock band capace di piacere a critica e pubblico senza limitarsi a fare “curatela” di sonorità storicizzate. La lezione che se ne trae è che, per sopravvivere il rock si è dovuto adattare darwinianamente. Ha dovuto barattare la purezza con un sound vitale e ipercontaminato. O forse sarebbe più corretto dire che si è liquefatto, fuso con il pop odierno in un brodo primordiale di segni e suoni recuperati da almeno quattro decenni di musiche e dai quattro angoli del globo.
Perché tutto questo suonasse credibile ci voleva una band di comprovata ortodossia, ma che nel proprio sound avesse già i semi di quel meticciato sonoro che con GLOW ON fiorisce in modo spettacolare. Il combo di Baltimora esiste già da un decennio (Brendan Yates, in particolare, frequenta la scena dall’età di 11 anni), con i primi due album ha mostrato di saper rivitalizzare ed attualizzare il genere, spaziando in tutto le sue varianti (dal NYHC al crossover, dallo screamo al thrash metal) senza rinunciare a chorus accattivanti e ammiccamenti pop. In questo senso Time & Space (del 2018) si spingeva ben oltre flirtando occasionalmente con melodie e strumentazione digitale, lasciando intuire il desiderio di portare l’hardcore (potenzialmente) a chiunque.
Per farlo, la band ha arruolato alla sua causa un genietto pop con trascorsi punk come Dev Heynes (oggi Blood Orange, ma forse c’è ancora qualcuno che ne ricorda l’esordio con i Test Icicles) e un produttore eclettico come Mike Elizondo, coautore di The Real Slim Shady e In Da Club, ma che già avuto modo di curare il sound di gente come Mastodon e Avenged Sevenfold. Risultato: se la collaborazione con il primo frutta un brano di rottura come ALIEN LOVE CALL (una stoner ballad che fra surf e R’n’B lo-fi ha avuto il compito di introdurre l’album nel modo più eclatante) è il lavoro del secondo a ingigantire il sound del gruppo, stratificandolo e irradiandolo di una luminescenza sintetica che dona eterea lucentezza anche ai brani più duri.
Non si tratta di mera cosmesi, la cura “pop” (specie nelle sue scomposizioni ritmiche) intacca la monoliticità dell’hardcore senza comprometterne la specificità di musica euforizzante e antagonista. Il profilo estetico ne esce ancora perfettamente riconoscibile ma la sua forma non è quello di una statuina da museo. DON’T PLAY parte proprio come un pezzo dei Bad Brains, prima che i break di piano e percussioni la trasformino in una festa caraibica. BLACKOUT ha quel tipo di solidità industrial che rimanda ai migliori Therapy? ma gode di un’ecletticità ritmica che neppure gli irlandesi possedevano. Le ritmiche esuberanti sono protagoniste anche delle mutazioni pop metal di UNDERWATER BOI che fra voci processate e accordi pesanti, finisce per non assomigliare a nulla di già ascoltato prima. LONELY DEZIRES, poi, ha il tiro del migliore punk melodico, salvo poi sfumare in una lunga coda dream pop che chiude l’album nella maniera più evocativa.
È interessante il fatto che, in epoca di playlist, il gruppo di Baltimora realizzi un album che si finisce per ascoltare tutto d’un fiato, con tracce che si tuffano l’una nell’altra, composte da frammenti che avrebbero potuto svilupparsi in altrettante canzoni memorabili. Questo significa rendere la somma maggiore delle parti. Così come il sound della band non è riassumibile come la semplice equazione “crossover + pop”. Il crossover, semmai, è il tessuto connettivo che riporta la barra su groove granitici con appeal da stadio (è il caso di MISTERY e HOLIDAY), prima di partire per traiettorie imprevedibili.
È proprio questo il motivo per cui chi ha a cuore il rock dovrebbe essere grato ai Turnstile: per aver mostrato come il genere possa essere ancora fonte di stupore e imponderabilità.
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