Recensioni
The Triffids
Treeless Plain / The Black Swan / Beautiful Waste And Other Songs
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Giancarlo Turra
- 1 Aprile 2008

C’era una volta, nell’Australia degli anni Ottanta, una generazione che usciva dal punk e dal suo dopo e – come tutti in giro per il globo, dalla California all’Inghilterra – reinventava il presente con gli avanzi del passato. Tanti e grandi i nomi: Died Pretty, Birthday Party (a far da tramite tra due generazioni), Go-Betweens i più noti angoli di un quadrilatero il cui tassello mancante era rappresentato dai Triffids. In costoro potevi trovare il filo capace di collegare Van Morrison ai Television, Kevin Rowland ai Velvet Underground, ascoltare gli Echo & The Bunnymen rileggere sul trentatre di debutto I Am A Lonesome Hobo di Maestro Dylan.
A tanto e tale virile romanticismo corrispondevano testi che ben si addicevano a una terra di pionieri: amori e villaggi (s)perduti, redenzioni e miserie, Nick Cave senza humour nero o spargimenti di sangue e viceversa malinconicamente propenso a velati sorrisi. Piccoli grandi romanzi, le canzoni di David McComb (deceduto nove esatti anni fa mentre scrivo queste righe) e la sua voce li spalancava sotto gli occhi, il resto della band a sorreggerlo con la discrezione tipica dei maestri. S’è ricordata la Domino di tanta bellezza, investendo dallo scorso anno parte dei soldoni intascati con i Franz Ferdinand per ripubblicare – in splendide edizioni ben suonanti e ricche di inediti – l’opera omnia della formazione di Perth.
Città sperduta nell’nord estremo degli antipodi, quella, in mezzo a duemila chilometri di distesa senza alberi: un Treeless Plain come l’album d’esordio dei Trifidi. Si dice che a metà degli Ottanta David (voce, chitarra e principale autore), suo fratello Rob (violino e altra sei corde), Alsy McDonald (batteria), Martyn Casey (basso), Jill Birt (tastiere e altra voce) e Graham Lee (steel guitar) giunsero a Londra coi risparmi di quattro anni di vita assieme e biglietti di ritorno che sarebbero scaduti di lì a 3 mesi, decisi a sfondare. Il loro “o la va o la spacca” finì tuttavia per restare tra le mura della critica, per una volta entusiasta e attenta a concedere copertine, per primo l’NME. Avevano visto giusto in considerazione del trentatre di cui sopra, magnifico capitalizzare il lungo tempo speso sulla strada che ne fece band sensazionale dal vivo, come certificano le sei tracce inserite in coda alla nuova edizione.
Non suona datato, Treeless Plain, casomai databile: respiri il comune sentire che portava a far i conti coi Sixties tenendo ben presente il punk e il suo “post” in via di spegnimento. Dodici brani di scheletro wave a sostegno di umori folk (Rosevel), country-rock muscolare (Old Ghostrider), vibrante jazz (My Baby Thinks She’s A Train) e un blues come potevano affrontarlo i Doors (Hanging Shed: caveiana ma sensuale) privi di teatralità. Aggiungete gli echi mediorientali di Red Pony, l’umanizzazione sublime dei Talking Heads in Hell Of A Summer, gli Stranglers supervisionati da John Cale per Madeline. Otterrete un (capo)lavoro dotato di gusto melodico maturo, pronto a trovare la strada del cuore quanto quello dei succitati Go-Betweens.
Tempo altri due dischi splendidi – il rifinito Born Sandy Devotional e lo spartano In The Pines, editi nell’anno di grazia 1986 – e la Island li mette sotto contratto. Mal gliene incoglie, perché Calenture va al macello in sovrarrangiata retorica senza vendere, obbligando gli australiani a mettersi al passo con un decennio agli sgoccioli. Nulla da fare: impettito e debordante, The Black Swan scappa nell’89 di mano tra imbarazzi soul-pop, ridondanze forzate e un disperdersi tra cento stili senza mai convincere, tranne che nel frammento American Sailors, nella Band inquieta di New Years Greetings, nella toccante cartolina Fairytale Love. Il disco che doveva lanciarli come star li affossò definitivamente, e come chiarisce la sfilza di B-sides e demo regalati dalla Domino, ciò che era brutto e pacchiano già non brillava in origine, di fatto collocando il vizio più a monte della forma o dell’inadatta produzione di Stephen Street.
La formazione era stanca e si divise nel giro di un anno: tornando a casa, alcuni si rifecero una vita con impieghi normalissimi e una famiglia (Alsy, Jill e Rob), altri proseguirono defilati a far musica (Marty entra nei Bad Seeds; Graham fa il session man). David pubblicherà a proprio nome un buon “solo” nel 1994, Love Of Will, poi fonderà i Black Eyed Susans per il pregevolissimo All Souls Alive; infine, poiché la vita è quel che è, morirà nel febbraio 1999 per i postumi di un incidente d’auto, tre anni dopo aver subito un trapianto di cuore.
Il modo migliore per ricordarlo oggi è mettersi in casa due delle tre ristampe qui prese in esame, essendo Beautiful Waste And Other Songs un’eccellente raccolta di rispettose rarità e dei mini-lp Raining Pleasure, Lawson Square Infirmary e Field Of Glass (i primi due del 1984, il terzo di dodici mesi più tardo e, nell’ordine, anticipo stilistico del debutto, gradevole dopolavoro country ed estemporanea ma centrata incursione nella new wave). So long, David: sei (stato) Grande
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