Recensioni

Ha fatto il botto alla fine del 1979 con i Buggles e Video Killed The Radio Stars, singolo che ha conquistato il n° 1 delle classifiche di vendita di metà delle terre emerse, Italia compresa. In Australia, per dire, ci hanno messo 27 anni per superare il record di copie vendute da Video Killed The Radio Stars, canzone passata alla storia come il primo video clip trasmesso da MTV all’inizio della sua programmazione, il 1° agosto 1981. Dopodiché Trevor Horn ha fatto scalpore per essere divenuto parte della formazione più improbabile degli Yes, quella di Drama. Insieme a Geoff Downes, l’altra metà dei Buggles. Una breve parentesi che non ha funzionato e, al tempo stesso, la fortuna di Trevor Horn che da quel momento si è ritirato dietro le quinte per costruire il suo piccolo impero fatto studio di registrazione, edizioni musicali, la label ZTT, ma soprattutto fondato sull’abilità indiscussa di produttore dall’orecchio fino.
Negli anni ’80, con le sue intuizioni, la brillantezza del compositore e arrangiatore capace, il fiuto per progetti sia orientati al successo commerciale quanto all’opposto di certificato spessore, Trevor Horn ha decisamente lasciato il segno. Frankie Goes To Hollywood, Grace Jones, ABC, Pet Shop Boys, Seal, gli Yes di 90125, oppure gli Art Of Noise di cui è stato cofondatore, sono solo una manciata tra i nomi di spicco che hanno beneficiato del suo lavoro di regia. Nel 1984, altra curiosità in sintonia col periodo natalizio in mezzo al quale ci troviamo, Bob Geldof lo voleva come produttore di Do They Know It’s Christmas, ma non potendo svolgere il lavoro Horn offrì lo studio di registrazione gratis. Ottime orecchie, ha anche un cuore grosso.
Oggi, ultrasettantenne, capelli bianchi e stessi inconfondibili occhiali, ricco famoso e di successo, Trevor Horn si toglie uno sfizio personale. Prende undici canzoni che ama, alcune delle quali nate nel suo laboratorio, altrettanti interpreti di rango tra di loro distantissimi per tipologia ed estrazione musicale (in verità ci sono alcune coppie e dunque sono più di 11), e li fa convergere nel tentativo di imbastire un disco di cover che abbia, come direbbe Blasco, un senso.
Un compito improbo per i più. Poiché abusato, ormai le sorprese si direbbero esaurite da un… pezzo. Si prende il titolo in oggetto e lo si cucina all’opposto dell’originale: se il brano era rarefatto lo si ingolfa; se era bello carico si rallenta a mo’ di moviola; si mettono archi al posto di ottoni, e quattro bouzouki dove prima c’erano le chitarre elettriche. E avanti così fino a esaurimento di combinazioni e variabili. Poi si alza la mano destra e si giura che si tratta di un tributo, di celebrazione, della dovuta riconoscenza, del sentito omaggio, e a quel punto è uno scroscio di applausi. Soprattutto se il giochino rende. Più facile farsi passare il compito dal vicino di banco e aggiungere una virgola qui, una parolina là tue, no? Gli passi un po’ di spicci, o di royalties, e tutti sono felici.
Ma Trevon Horn non ha bisogno di mezzucci. La conferma che ha fatto sul serio, che c’ha messo del suo, che è riuscito a tramutare qualcosa di bello all’origine in strepitoso, c’è. Ed è questa l’unica vera sfida che può lanciare chi si appresta alla “prova del fuoco” della cover: farne qualcosa di migliore. Cosa che – altra parafrasi, in questo caso “morandiana” – uno su mille ce la fa. Horn coglie il bersaglio in pieno centro con Slave To The Rhythm, brano che doveva finire nel paniere dei Frankie Goes To Hollywood ma nel 1985 cedette a Grace Jones (dall’ “ombra gigantesca”, ha detto Horn) che ne diede una interpretazione indimenticabile; si pensava addirittura insuperabile.
Invece il produttore la arrangia per le corde vocali – davvero stellari – di Lady Blackbird e il risultato è una emozione grande come un mondo: epica e grandiosa, ma anche sottile e intensa. Vi scuoterà. E quella voce potente come le trombe di Osea, ma capace di rimpicciolire come un colibrì, vi avverto “piedi dolci”, potrebbe portarvi alle lacrime. “Inizialmente pensavo di avere un cantante uomo, per evitare l’ombra gigantesca che Grace gettava sull’originale, ma poi ho visto Lady Blackbird esibirsi in un club e mi è piaciuta la facilità con cui riesce ad abitare una canzone”.
Un gradino, o due sotto, viene il resto che non per questo va disprezzato. C’è spazio per il prog rock, al quale evidentemente Horn è rimasto legato, e alcune sue icone. Steve Hogarth, cantante dei Marillion, offre una sentita resa di Drive dei Cars: “È una canzone triste – ha detto il titolare del progetto – e ho cercato di renderla ancora più triste”. Owner Of The Lonely Heart, affidata a Rick Astley – il two hit wonder scoperto dal trio Stock, Aitken e Waterman alla fine degli anni ’80 – stempera non proprio gloriosamente in un ritmo dance. Ma sono soprattutto Robert Fripp e Toyah Wilcox a sorprendere. Relax dei Frankie Goes To Hollywood nelle loro mani (& voce) diventa “custom made”, firmata, e come affermato da Horn “il più meravigliosamente distante da Frankie Goes To Hollywood che sia possibile ottenere”.
Di tutto rispetto le versioni “dreamy” di Steppin’ Out di Joe Jackson, estremamente raffinata e “cool” per effetto dalle voce inestimabile di Seal, di Personal Jesus dei Depeche Mode imbrattata dalla voce viziosa di Iggy Pop, e la derivazione country & western che Andrea Corr e Jack Lukeman danno di White Wedding di Billy Idol. Una menzione va spesa per la performance sopra le righe, da tetro crooner, che offre ancora Jack Lukeman di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana.
Tutt’altro che indimenticabile la gemella ballabile di Love Is A Battlefield portata al successo da Pat Benatar, qui cantata da Mark Almond; meglio Tori Amos che porta su un piano autoriale, incrocio sofferente di archi e pianoforte, Swimming Pool (Drank) del rapper Kendrick Lamar.
Trevor Horn tiene tutta per sé Avalon dei Roxy Music, cesellata come un antico monile: “È un po’ come se alla fine dello spettacolo dicessi che questo sono io – il produttore, il leader della band, ma anche l’esecutore – e mi congedo”.
Il giornalista inglese Terry Staunton ha chiesto se ci sarà un seguito. “Vediamo come andrà a finire e se ci sono cantanti in grado di farlo – ha risposto il musicista – perché ho dovuto chiedere un po’ di favori per far decollare questo progetto!”. Buone notizie all’orizzonte: sta a vedere che torna l’età del baratto…
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