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7.3

Che Tredici Pietro potesse diventare uno dei più efficaci narratori del presente non era certo nei pronostici di quest’anno. Eppure NON GUARDARE GIÙ, nelle sue vignette di spaesamento, rotture e rinascite, qui-e-ora ed eternità, elabora e traduce in uno spettro musicale eclettico, pimpante e originale i sentori di una generazione disorientata, fragile, confusa, bloccata da forze invisibili che sembrano governare il mondo, e legata a una fragilità interiore che è allo stesso tempo poesia e alienazione

Pietro Morandi, figlio d’arte (il papà, come noto, è il grandissimo Gianni Morandi), cresciuto nel comfort di San Lazzaro (Bologna) e maturato nella “città del diavolo” Milano (come lui stesso la definisce in MILANO COLLANE), sboccia dopo un silenzio discografico di tre anni da LOVESICK, breve e passeggero joint album con Lil Busso, un concentrato tra celebrazione, mondanità e qualche pennellata di confuso esistenzialismo. Una conferma lampante di una prima fase — di fatto tutto il materiale precedente a questo LP — caratterizzata da una zona grigia: un limbo tra una firma d’autore definibile come tale e una trap infarcita di cliché.

Sorprende allora ritrovare il ventottenne così autoconsapevole e maturo nei temi che affronta, nelle strade che sceglie di percorrere, nei sound che attraversa e nel quadro estetico che delinea. I quaranta minuti con cui torna sulle scene sono le confessioni di un ragazzo che tenta di definire l’indefinibile di un mondo con pochi appigli e molti dubbi, attraverso un continuo cambio di ritmi, linguaggi e punti di vista, che se certamente rivela eclettismo, versatilità, attitudine al crossover e sperimentazione, ha il merito ancora più grande di non auto-frantumarsi nel pastiche e nell’inutile manierismo.

LikeThisLikeThat, uno dei pezzi che più ha macinato sulle piattaforme, è alienato quanto edonista nel ritrarre un party affollato in un anonimo bilocale di città, dove droghe, sesso e vuotezza interiore sembrano ingredienti della stessa ricetta giovanile. La venatura da club anthem, con i suoi ritmi sincopati e i suoi bassi scarni, si intreccia a una melodia avvilita, confermando questo falso divertissement voluttuoso come irrevocabile state of mind. È una delle strade che Pietro percorre per incanalare in sé certe nebbiose contraddizioni proprie e generazionali: un continuo desiderio di liberazione di sé, con paradisi artificali o con l’evasione, con una ricerca di definirsi che resta solo un tiepido schizzo.

La stessa situazione di blocco e sospensione è quella che ritorna in EMIRATES, con il suo andamento folkeggiante e sospeso, su cui un Pietro fievole e trasclucido prova ad appoggiarsi — e con cui tenta momentaneamente di trascendere — per delinare a un tu indefinito (probabilmente sè stesso) le catene invisibili che paralizzano l’uomo (“potresti prendere un volo Emirates, ma rimani chiusa nelle tue prigioni/ non sai chi sei, e non ci pensi da un po’, non lo saprai, se continui così”).

E un alternarsi continuo tra catarsi e sbarre, distensione e amarezza, in uno spettro stilistico che si dirama sempre di più seguendo un coerente fil rouge malinconico che definisce la tracklist. Emblematici di questa maturità linguistica brani come SEMPREtardi, jazz-rap lineare ma suggestivo su un amore litigioso che non riesce ad affondare le radici (“io e te siamo sempre sbadati, è normale sono sempre sballato / forse ti amo davvero, ma cambio idea sicuro dopo un secondo”); TEMPESTA, delirante, poetica, pulsante e sudata avventura sentimentale a 170 bpm (con PSICOLOGI e Lil Busso nei credits a dare un’aria post-digitale, quasi dreamcore, al brano); o TRADIRti, outro neo-soul “sbiancata”, elegante e rotonda, che brama eternità e pace dei sensi in una malinconica fragilità esistenziale (“anche se Roma brucia, noi siamo in eterno, e vorrei solo che tu potessi capirlo”).

NON GUARDARE GIÙ è impeccabile nel raccontare il senso di vertigine di un uomo che, chiuso in una bolla, si accorge di non avere tante certezze salvo quelle materiali  (“io avevo tutto, ero comunque fragile”, come recita l’intimissima respirare, catartica per certi versi). È un disco squisitamente conscious nel suo essere completamente anti-conscious. Un lavoro ovvero che si auto-isola in sé per decifrare il nebbioso rapporto tra l’uomo e il mondo. Pietro non cerca di rivelare una qualche verità nascosta, né tantomeno di decifrare l’oggi (come fanno, con ottimi risultati e modalità diverse, Nayt, Willie Peyote o Mezzosangue, per citarne alcuni parecchio efficaci). $OLDI DENARO MONETA CA££££HH, incalzante trappata sul monopolio del mercato e le polarizzazioni imposte dall’alto (“il sistema ha la malattia e la medicina, prima ti dà la prima, poi una pillola”), è l’eccezione di un percorso che schiva l’esteriorità ma riesce brillantemente a delucidarne certi aspetti

E mentre cresce l’attesa di vederlo all’Ariston come potenziale mina vagante, Tredici Pietro critica la modernità incarnandola fino al midollo, e nel farlo riscopre la profondità della sua firma, la voracità delle sue influenze e la fragilità della propria vita — e di un’intera generazione. Che continui su questa strada.

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