Recensioni

«Il leitmotiv di Transmissions sarà quest’anno la “trascendenza”. Tutti gli artisti invitati al festival condurranno lo spettatore fuori dal proprio corpo attraverso la musica».
L’esibizione, la prima sera, di un Charlemagne Palestine in bilico tra performance e concerto, è un po’ la metafora del festival. Lui, zingaresco e pasciuto, scende da un palco pieno di pupazzi giocattolo e foulard “teschiati”, passa un dito bagnato di cognac sul bordo di un bicchiere a calice producendo il suono che tutti conosciamo e comincia a cantare in platea. Due minuti dopo, in un silenzio di tomba, due conigli giocattolo recitano un “I Love You” asincrono e si parte col concerto vero e proprio. Drone è anche un pianoforte in cui alternare soltanto due note variando la velocità delle stesse, scorrendo lungo la tastiera, percuotendo i tasti, fedeli a quello Strumming Music che nel 1974 sancì lo stile dello Charlemagne Palestine più minimalista. Non sono le macchine a modificare il suono, ma la fatica di chi approccia lo strumento, le imperfezioni che genera la rapidità eccessiva dei movimenti, il bisogno fisiologico di rallentare per dare respiro ai tendini delle dita, l’alternanza tra toni bassi e alti. Gli automatismi irregolari dell’essere umano diventano anch’essi macchina, seppur imperfetta. Un caos di rumori, voci registrate, bordoni sintetici (il giorno dopo, durante un’intervista condotta da Frances Morgan di The Wire, lo stesso artista paragonerà quel suono all’Inferno di Dante) inaugura la seconda parte del set, col Nostro sotto l’arco a volta che fa da sfondo al palco (l’abside della chiesa di Santa Chiara) a intonare parole incomprensibili filtrate da una pletora di effetti. E’ l’esplosione di tutta la tensione accumulata nella parte precedente, un esondare selvaggio che fa pensare – chissà perché – al Blixa Bargeld di Rede Speech.
Prima di lui un Robert Aiki Aubrey Lowe (Lichens) intensissimo, quasi filosofico, etereo almeno quanto Palestine sarà terreno e in qualche maniera disturbante. Movimenti lentissimi, un giungla di cavi connessi alle macchine, sguardi al cielo persi in una sorta di “soulfulness” ipertecnologica, per un paio di brani totalmente improvvisati e circa quarantacinque minuti di concerto. Rispetto ai suoni contenuti in lavori come Timon Irnok Manta c’è la voce “bianca” di Lowe (davvero impressionante per qualità tecniche e altezze raggiunte) a donare un’aura di sacralità a un’ambient/elettronica morbida, stile arteria pulsante e in grado di sprigionare un magnetismo di cui forse solo il Murcof dei momenti migliori è capace.
La bella scoperta della seconda serata, più che certi Æthenor che fanno quel che devono imbastendo un’ora di musica free imponente nei toni quanto nelle aspirazioni (ma per certi versi anche convenzionale, se paragonata al resto del programma), è il set di Stian Westerhus (già Monolithic e Jaga Jazzist) e Sidsel Endresen. Chitarra elettrica e campionamenti la base di partenza, un tessuto sonoro sfilacciato e vicino all’ambient in cui incastonare l’impro vocale inquietante della Endresen. E’ uno scat jazzistico virato avant, il suo, in cui sembra talvolta di cogliere certe inflessioni melodiche tipiche dei nativi del Nord America e dove la lingua cantata perde di importanza (un po’ quello che accadrà anche col Feral Choir di Phil Minton) perché, semplicemente, non esiste. Tutto è suono, con la chitarra di Westerhus che definisce il mood e i gorgheggi della rossa norvegese chiamati ad adattarsi al contesto. Il risultato è affascinante e dischi come Didymoi Dreams ne sono testimonianza fedele. Chiude il secondo giorno di festival l’aftershow del bravo Godblesscomputers.
In una terza serata dedicata prevalentemente alle band, chi regala momenti di pura astrazione è l’unico solista in cartellone, Daniel Higgs. Un passato hardcore negli anni ’80 con i Reptile House, cantante nei Lungfish, poeta interessato al misticismo, Higgs è carismatico fin dall’aspetto: abiti da muezzin, barba grigia lunghissima, mani tatuate e un banjo come unico strumento. Illuminato al centro del palco da una luce bianca, il musicista sembra una via di mezzo tra Karl Marx e un John Lee Hooker fuori fase (“un amico mi ha detto: devi essere folle senza diventare pazzo” canta a un certo punto), mentre improvvisa un’ora di raga mediorientale su uno strumento tipicamente americano/africano. Un set che toglie ogni dubbio sul significato del concetto di “trascendenza” e che eleggiamo a personale zenith della serata.
Subito sotto i nostri Julie’s Haircut, con un concerto perfettamente in linea con l’idea di base veicolata dal festival e, come al solito, formalmente ineccepibile. Il kraut revival personalizzato dalla band emiliana è quanto di più colorato ma anche rigoroso, psichedelico ma anche godibile, ci possa essere oggigiorno in Italia a queste latitudini e dal vivo i ragazzi non deludono. Lo stesso non si può dire dei Pharaoh Overlord, tre chitarre elettriche, basso e dietro le pelli il Charles Hayward ex This Heat che si esibirà anche il giorno successivo. Non è stoner, quello della band finlandese, perché la componente free prende il sopravvento su tutto, ma l’immaginario richiamato con un live-set a rischio acufene, godibile ma non imprescindibile è comunque quello. Interessanti ma non entusiasmanti anche i Grumbling Fur di Daniel O’Sullivan e di Alexander Tucker: un tavolo da almeno dodici sedute ricolmo di pedali, effetti, notebook, due microfoni e quel che salta fuori (immaginiamo totalmente improvvisato) è una wave/psichedelia/kraut in bilico tra elettronica e accenni industrial che ha molto dell’esercizio di stile e poco della vera necessità. La caratura dei musicisti è comunque innegabile e infatti ciò che rimane a fine set è il ricordo della determinazione con cui i due interagiscono.
L’inaugurazione della quarta serata è affidata al Feral Choir di Phil Minton (trombettista jazz e improvvisatore della voce con una lunghissima storia le spalle e miriadi di collaborazioni). Due giorni di workshop per portare a termine una commistione di non-talenti (al coro si poteva iscrivere chiunque) concretizzatasi, fisicamente, nelle dieci persone dietro al direttore d’orchestra. Tra loro riconosciamo Frances Morgan di The Wire, Mark Pilkington e lo stesso Daniel O’Sullivan, impegnati assieme agli altri “cantanti” a modulare suoni e rumori. Non esiste un idioma comune nel coro selvaggio che Minton ha inventato a Stoccolma negli anni Ottanta, non esistono virtuosi o capacità consolidate da mettere in mostra: il centro di tutto il discorso è la sensibilità di ognuno, modulata da segnali convenzionali che la chioccia-Minton si preoccupa di fare arrivare. Il risultato è un crescendo perfettamente organizzato di ohmmmm, squittii, chiacchiericcio, silenzi, con il padrone di casa a far da voce solista su un mix di espressioni folli ed estensioni vocali impensabili. L’entusiasmo che genera la libertà totale della performance del coro è ribadito un Charles Hayward che pochi minuti dopo divide il set tra un crooning quasi nickcaveiano al pianoforte e una performance semplicemente devastante alla batteria. Il concerto prevede, oltre alla tecnica e alla fisicità che l’ex This Heat mette in mostra sui tamburi, bordoni di synth pre-registrati e azionati tramite un pedale con cui in Nostro interagisce in diretta. Cambi di tempo, trance indotta, poliritmie e brani cantati si alternano, per un live sudatissimo ma lontano da ogni tecnicismo fine a se stesso (il timone del fluire sonoro, quell’essere brano/non brano, esiste e lo si coglie in ogni momento).
A chiudere serata e festival pensa invece la musica dei Mothlite. Ancora O’Sullivan in regia (questa volta al pianoforte e alla chitarra) per una wave-psichedelia espansa e assai intrigante. L’attenzione è tuttavia catalizzata dal Mr. Todd immobile al centro del palco, personificazione teatrale e folle dell’artista Ian Johnston: barba lunghissima, abiti da Inghilterra diciannovesimo secolo, bocca dipinta di nero sul bianco cadaverico della pelle, sguardo fisso su una lampadina che scende dal soffitto. Roba che il Lynch migliore avrebbe approvato, una performance surreale e dall’oscurità latente perfettamente calata nella musica.
Finisce il festival e qualche considerazione viene naturale. La prima è che alla parola “trascendenza” che citavamo in apertura potremmo aggiungere anche quelle di “improvvisazione” ed “evento irripetibile” (sui dischi ufficiali delle formazioni coinvolte non troverete nulla o quasi di quello che si è ascoltato nei quattro giorni di manifestazione); la seconda è che festival come questi – lasciatecelo dire, una scommessa enorme per gli organizzatori e un rischio non da poco – hanno la capacità di arricchire culturalmente andando oltre le categorie musicali e le facili logiche commerciali, per sfociare in un approccio da happening artistico. Lo scopo dichiarato, del resto, era abbattere i confini tra le discipline affiancando live set, mostre (Trans, a cura dello stesso O’Sullivan), workshop, presentazioni/conferenze (i talks “Strange Attractors” di Mark Pilkington su esoterismo e rock nella cultura britannica e sulla new age). Una mentalità aperta e senza preconcetti era tutto ciò che si chiedeva al pubblico; chi ha accettato la sfida, ha vissuto un’esperienza davvero elettrizzante. Lunga vita a Transmissions.
Amazon
