Recensioni

Così, dal nulla, anzi “de botto”, con una citazione ormai banale ma in linea con la provenienza, tornano i tre lestofanti di Roma Est Leo Non (WOW), Bob Junior (Holiday Inn) e Simone Donadini (Rainbow Island) in perfetto stile underground, ovvero zero anteprime, nessuna notizia, silenzio assoluto ché a parlare basta la musica. E No Dub, con questo titolo tranchant e perentorio che ricorda esperienze come la No wave o album come No New York, sembra rifiutare il dub ma poi, come nelle succitate esperienze in cui di wave e di New York ce n’era eccome, anche in questo disco in coproduzione Maple Death/My Own Private Records, è tutto uno sviaggione dubboso nel suo prendere e mescolare funk bianco e motorik krauto. Clash tra culture, mondi, contesti distanti era (Giamaica, Brixton, Germania, punk, rasta, reggae, bianchi, neri, dropout, ecc.) e clash è in questo disco in cui tutto fluisce soavemente, la testa ondeggia, il corpo si muove e ci si ritrova in uno stato di beatitudine anche senza l’ausilio di sostanze psicotrope.
Dub, fortemente dub, profondamente dub, ma non solo in questi solchi: a ben vedere c’è una patina psych che ammanta il tutto, c’è la reiterazione e la ciclicità che quando si sommano portano ovviamente all’ipnosi, c’è la nausea e il rifiuto ma pure i colori e le forme stravolte, la visione e l’essenzialità. C’è il funk bianco disossato delle ESG, il dub spettrale dei Facs, il groove ossessivo e ricorsivo, c’è l’atteggiamento inclusivo e aperto agli input degli Holy Tongue, l’apparente monocromia delle autobahn kraute e lo spessore del basso tellurico di Wobble o Laswell.
Ma c’è, in definitiva, la summa delle esperienze e della concezione musicale dei tre, psych senza essere psych, dub ma con molti distinguo, globali in senso positivo, come dimostra la straniante chiosa di River, pezzo alieno in un disco alieno fatto da alieni coi piedi ben piantati nel nostro contro-passato prossimo.
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