Recensioni

Per farsi un’idea di chi ci troviamo davanti bastano una manciata di dettagli: collocazione geografica: California; etichetta discografica: la gonza Burger Records. Qui l’immaginazione di molti devoti alla causa psych-rock non dovrebbe fare fatica a tracciare la fisionomia dell’ennesimo prodotto proveniente dalla costa Ovest statunitense da sempre specializzata nella fabbricazione di scapestrati menestrelli. I prototipi di ultima generazione dai quali attingere certo non mancano: i vari Tim Presley (White Fence), Ty Segall e John Dwyer (Thee Oh Sees) possono ormai di fatto considerarsi i padrini di quella scena a cavallo tra punk, slackerismo e neo-psichedelia cominciata ad emergere con l’inizio del nuovo millennio, e quindi possono essere presi come metro di riferimento per qualsivoglia paragone.
Ecco, perciò, che ovviare alla scarsità di informazioni riguardanti il passato (artistico e privato) di Tracy Bryant – artista del quale ci è dato sapere relativamente poco, se non il fatto di essere un membro attivo dei Corners, band psych-garage-punk con base a Echo Park (CA) – non è poi troppo complicato. Basta premere play e far partire Subterranean, album con il quale Bryant si presenta ufficialmente al pubblico su vasta scala, dato che il debutto solista omonimo, uscito nel luglio 2014, finì col passare praticamente inosservato. Dicevamo che basta premere play per far sì che i più piccoli dettagli dello stile di Tracy Bryant possano venire a galla. Sin dalla doppietta iniziale affidata a The Background Singer – in cui dietro ai baldanzosi arpeggi iniziali di byrdsiana memoria si cela un non-so-che di grottesco – e allo psych dai riflessi dark di Come Around si capisce infatti come il bagaglio stilistico del Nostro abbia molto da condividere con quello dei tre personaggi sopracitati. Ma a parte le riuscite Hey Spaceman (ballata stralunata con la quale Bryant rende omaggio agli Spaceman 3) e il singolo che dà il titolo all’album (giusto connubio tra rock’n’roll lisergico e pop), in poche altre occasioni (vedi le oneste scorribande rock di I’m Never Gonna Be Your Man e Shining) la musica del californiano riesce significativamente a lasciare il segno.
Forse perché il serbatoio di idee dalle quali attingere sta cominciando a svuotarsi, o forse perché è arrivato il momento che anche la gloriosa fabbrica californiana cominci a rivedere i propri stampi. O più probabilmente perché Bryant si è presentato in ritardo alla festa, quando la sbronza collettiva stava già cominciando a scemare.
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