Recensioni

Dei dieci album pubblicati in vita, ben sei sono concentrati nel quinquennio ’68-’72 e rappresentano la base della leggenda che il cantautore texano si continua a portare dietro anche da morto. Anzi, proprio dalla tomba, rimestando negli archivi delle miriadi di studi e case discografiche, più o meno piccole, che il musicista ha frequentato nella sua vita abbastanza raminga, la sua voce continua a emergere a intervalli più o meno regolari. Sky Blue è infatti il quinto capitolo di questa discografia postuma, che supera quindi quanto pubblicato nei quasi vent’anni che separano Flyin’ Shoes del 1978 e la scomparsa nel 1997. Quanto prodotto nel periodo aureo è stato comunque più che sufficiente a indicare una strada, post-Bob Dylan, per la canzone americana, pescando a piene mani dal folk, dal country e, in ultima analisi, dall’anima musicale americana, come pochissimi altri hanno saputo fare. Leggenda e mito, quindi, che giustificano l’operazione di recupero, anche se in alcuni casi è sembrato più che altro una spremitura eccessiva di un frutto già sfruttato abbondantemente.
Tralasciando le logiche commerciali, Sky Blue è un documento non imprescindibile ma interessante per comprendere al meglio la poetica di Van Zandt. Le sessioni di registrazioni sono datate 1973, quindi a ridosso dell’epoca più prolifica del cantautore, e sono state un’affare estremamente intimo tra lui, la sua chitarra e lo studio di Bill Hedgepeth, un giornalista musicale e musicista a sua volta, che lo ha accolto ad Atlanta per un breve periodo. Gli inediti propriamente detti sono solo due: una amara All I Need in cui i sogni sembrano svanire non appena si prova ad acciuffarli e una luminosa melodia che va sotto il nome di Sky Blue e dà il titolo alla raccolta. Il resto del programma è composto da brani che finiranno solo in album successivi e che vedranno la luce in versioni differenti, o cover che sono rimaste finora nel cassetto. Proprio sotto questo aspetto, il disco rappresenta una rara occasione di vedere, almeno in parte, il processo di costruzione dei brani dello stesso Van Zandt. Si può andare, per esempio, all’essenza di un brano che è finito in ogni canzoniere folk/country a stelle e strisce, la sua ballata Pancho and Lefty, e apprezzarne la forza epica pur nella candida linearità, anzi forse proprio per la semplicità di questa versione.
Tra cover (Forever for Always for Certain di Richard Dobson, The Last Thing on My Mind di Tom Paxton) e traditional (Hills of Roane County), oltre ai brani autografi, tutto il disco è permeato dai tipici sentimenti del canzoniere Van Zandt: rimpianto, incertezza, amarezza, senso di straniamento. Per chi non conosce la sua produzione, non è il punto ideale per partire (meglio i primi sei dischi, tutti); per chi, invece, già lo mastica da tempo, Sky Blue, pur senza aggiungere niente di particolarmente indispensabile, è una graditissima aggiunta.
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