Recensioni

“Molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca”.
E di sangue le pagine de Il gattopardo si macchiano spesso; una macchia indelebile che ora sporca lo schermo televisivo, intaccando i raccordi di un montaggio che unisce, lasciando scorrere come carrozze sul terreno siciliano, i sei episodi della trasposizione Netflix diretta da Tom Schankland, Giuseppe Capotondi e Laura Luchetti.
Già, perché quelle parole impresse, e a fatica fatte stampare da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel 1958, erano un’ironia che danzava con un’ottusità di stampo aristocratico, di chi vede gli altri come pedine per i propri affari, tessere di un puzzle personale da sacrificare sull’altare della propria ricchezza.
La politica, i tradimenti, gli amori sognati e altri spezzati, sono atomi di una benzina che alimenta casa Salina. Lo fa illuminando quel Gattopardo che tutto sovrasta e domina, mentre il paesaggio siciliano osserva, guarda, si lascia attraversare modellando pensieri, forgiando caratteri.
Dopotutto, ce lo ricorda spesso, con sarcasmo e alacrità, don Fabrizio, che la Sicilia è molto più che un regno che ora si farà regione di quella nuova Italia; è un Genius Loci che modella i suoi abitanti, rendendoli testardi, furbi, impeccabile, perché “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti”.E il principe di Salina con quel mondo che conosce, giudica e con orgoglio tenta di mantenere suo, è un’unica cosa; lo dimostrano quei campi lunghi che lo immortalano a stretto contatto con il territorio siciliano, parte integrante di quell’ambiente che lo ha visto nascere, crescere e infine morire.

Sono inquadrature, queste, ad ampio respiro, pronte però a rimpicciolirsi per isolare il suo protagonista quando posto a stretto contatto con altri che non siano l’amato nipote Tancredi (Sua Nanni), o l’adorata figlia Concetta. Una Concetta al centro del cuore di un padre che Kim Rossi Stuart forgia con la durezza di un diamante, così da esacerbare gli attimi di pura umanità, bagnando di lacrime e commozione occhi poco prima giudicanti, impassibili, glaciali.
Vive infatti nell’uomo una dualità che l’attore riesce a far trasparire, ponendolo in bilico tra slanci a tratti amorevoli e altri severi, glaciali. L’aridità dei paesaggi in estate, vivono adesso nella portata di parole lanciate come fendenti dalla bocca del don Fabrizio di Stuart; ma sono anche terreni fertili, pronti a donare frutti dolci-amari, alimentati da un seme d’amore che si innesta anche nell’animo di un protagonista ancor più dicotomico rispetto alla sua controparte cinematografica del 1963. Come la divinità romana di Giano, don Fabrizio si fa Dio degli inizi, materiali e immateriali, che con un volto guarda al passato e con l’altro al futuro. Perché se è vero che “ se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” ne Il gattopardo firmato Netflix molto cambia, si evolve, per mostrare quanto poco è mutato. I rapporti umani trafugati, decostruiti e sfruttati come scalata sociale, o come promessa di un futuro intoccabile, ne sono un esempio lampante. Una rilettura fedelmente filologica e così fortemente universale perché intrinsecamente attuale, tanto nel 1860, quanto nel 1950 o nel 2025.

Eppure, in queste cambiali di umana fattura, c’è un personaggio che tenta di distaccarsi da un gioco a cui non intende partecipare: Concetta. Interpretata da una Benedetta Porcaroli che, sequenza dopo sequenza, si fa sempre più culla progenitrice di un’essenza che prende vita da una costruzione psicologica netta e calibrata, l’adorata figlia del principe di Salina gode di un’attenzione a lei estranea fino ad ora. Una scelta dettata da un’emancipazione femminile che va a influenzare lo scorrere di una storia ormai classica come quella di Tomasi da Lampedusa, non per modificarla, quanto per aggiornarla, ponendo in primo piano un punto di vista per anni ignorato.
E se un animo fedele, puro, come quello di Concetta viene adesso così fortemente esaltato, è anche grazie al suo affiancamento costante con il suo perfetto contraltare: quello ambizioso, seducente di Angelica, che di angelico, ha ben poco. Lo sottolinea lo sguardo attento, furbetto, di una Deva Cassel di nero e/o rossa vestita. Rosso come la passione, quella che incendia in Tancredi; nero come l’invidia e la mano mortifera che per mano del padre toccherà la famiglia dei Salina; rosso come il sangue che pulsa, che schizza in guerra; rosso come la brama di potere di una famiglia povera che ambisce alla ricchezza. Una ricchezza che una danza sancirà del tutto, prima dell’ultimo respiro, esalato al centro di un palazzo fattosi personaggio a se stante e che le guerre di indipendenza, e gli eserciti di Garibaldi, minacciano e minano.

Eppure, è proprio in questo contesto politico che la serie non riesce del tutto ad affondare la propria lama creativa. Una dimensione storico-politica che nella scrittura di Tomasi di Lampedusa era fondamentale, ma che nella sua trasposizione seriale non viene sempre approfondita. Se il limitato running time cinematografico è andato a scandire l’opera di Luchino Visconti, portandolo a elidere ed eliminare certi passaggi, l’ampiezza di un racconto episodico offriva molta più possibilità di sperimentazione e rilettura di tali argomenti di matrice storica; eppure, anche in questo caso molti passaggi sono stati sacrificati in nome di un montaggio spezzettato e raccordante sequenze anche di breve durata che nulla donano allo sviluppo dell’intreccio.
Sincopato e non sempre disteso come doveva essere, il montaggio viene restituito come congiunzione di flash improvvisi, ben lontani dallo stile di un autore come Tomasi di Lampedusa che trova invece nei lunghi – e fin troppo descrittivi – passaggi la cifra del proprio stile autoriale.
E allora a farsi forza trainante di questa serie sono quei corpi che lo abitano e quelle bocche che lo riempiono con un siciliano abbozzato e mai caricato. Sono istantanee fotografiche di caratteri divergenti e menti alacre; sono modelli umani mai antiquati, ma ancora fortemente attuali; sono promemoria in carne e ossa da lasciare ai posteri di un mondo dove tanto è cambiato, rimanendo uguale.
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