Recensioni

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Ormai è chiaro che si tratta di una patologia. Di quelle sane, se mi passate l'ossimoro. Sia chiaro, la malattia di Mark Zonda è una di quelle che augureremmo ai nostri più cari amici. I sintomi: s'innamora perdutamente di situazioni pop disparate, con ovvia predilezione per quelle che vedono protagoniste figure femminili. Gli effetti collaterali: produce musica a ritmo continuo, roba che nemmeno nei fibrillanti anni Sessanta. Gettando il cuore oltre l'ostacolo dei non trascendentali mezzi a disposizione. Ma tanta è la fregola, e così ampia e dettagliata, che porre l'argine sarebbe deleterio.

Insomma, ancora devo riprendermi dalle buone sensazioni suscitate da Plato’s Summer Stars, successore del buon Febrero uscito appunto lo scorso febbraio, ed ecco seguire a ruota il qui presente There’s A Girl That Never Goes Out, nel quale si celebra appunto la "popfilia" del leader dei Tiny Tide. Dieci tracce di pop gasato shoegaze e glassato synth-wave, in (dis)equilibrio sul crinale tra gioco e abbandono, tra sogno e struggimento. Come potrebbe un Patrick Wolf immerso in caligini My Bloody Valentine e colto da sparsi spasmi Elvis Costello, tremori Scott Walker e persino certe impalpabili languiderie Brian Wilson. Altrettanti frutti di ossessioni declamate, dalla Nina Persson dei Cardigans di Short Stories 'Bout Nina alla Yuka Honda (delle Cibo Matto) di Thinking 'Bout Yuka, da Charlotte Hatherley (ex-chitarrista degli Ash) di Haterley a Marina Diamandis (AKA Marina And The Diamonds) di A Diamond For Marina.

Non di solo cantantesse si compone però l'iperuranio sentimentale di Zonda, che anzi si concede escursioni nella fiction  – vedi Come Along Pond, dedicata all'assistente di Doctor Who Amy Pond, e Rachel Green, ovvero il personaggio di Friends interpretato da Jennifer Aniston –  e nell'immaginario fumettistico (dall'anime Katsuragi, It's Me… agli ineffabili nonché intramontabili Peynet Lovers). Amori impossibili – come recita il sottotitolo – che si agitano travolgenti dietro la cortina fumogena del rumore, emblema di peculiarità emotiva ed esistenziale che va a confessarsi nella conclusiva Blinded By The Pop Stars, ritornello vagamente rubacchiato al Billy Idol di Dancing With Myself e la parafrasi smithisana che dà il titolo all'album come una tenera, meritata catarsi. L'ispirazione non è sempre al top, ma l'ascolto non è mai meno che gradevole. E l'insieme vale più della somma.

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