Recensioni
Tim Buckley
Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions
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Beatrice Pagni
- 30 Novembre 2016

Si può riavvolgere la memoria di un suono e stravolgerla al punto di ricrearne una completamente nuova? Un suono che abbiamo immaginato per anni, sul quale abbiamo fantasticato senza mai trovare riscontri, e che oggi finalmente esiste. Ed esiste un po’ grazie alla fortuna del producer Pat Thomas, un po’ grazie al lavoro certosino di Jerry Yester, produttore di Tim Buckley e dei suoi Goodbye & Hello e Happy Sad. Proprio del primo, glorioso album del 1967, Yester rivela un tesoro nascosto fatto di demo originari e brani mai ascoltati sinora, quei master registrati su un acetato rarissimo, nascosto chissà dove in questi anni. Ma andiamo per gradi: un anno dopo il debutto omonimo, realizzato a soli diciannove anni, Tim Buckley era stato incoraggiato da Elektra Records a comporre una sorta di disco follow-up del primo lavoro. Entusiasta per la sfida, Buckley si era rintanato con Larry Beckett, amico e paroliere, per creare un album perfetto, degno successore di quel fulgido esordio. Ma il progetto non vide mai la luce relegando quei demo intimi allo status quasi mitico di Santo Graal. Per la prima volta, oggi quelle sessions possono essere ascoltate. Uno scrigno prezioso rivelatosi durante la ricerca di alcuni documenti musicali degli anni ’60 e ’70 fatta da Pat Thomas e da Light In The Attic Records che ha permesso così di riesumare dagli archivi due session inedite di Tim Buckley datate 1967, realizzate nel periodo preparatorio al secondo album. Mentre le prime sette tracce sono tratte da un nastro registrato a casa del producer Jerry Yester, le altre sei fanno invece parte di un acetato registrato nei Midtown Studios di Manhattan.
Nei brani inediti la voce di Buckley è un lamento blues sensuale e grintoso: da Contact, folk tradizionale con ritornello sincopato, si tocca l’evocativa Six Face, già pronta alla fase pop psichedelico, fino alla lucente miniatura di Marygold, folk blues racchiuso su se stesso, e She’s Back Away, dalla cadenza ritmica maggiormente country con un pizzico di ragtime, che rivela così quale conoscenza e padronanza avesse un Buckley poco più che ventenne di tutti questi linguaggi musicali. Tra i brani già noti sicuramente la vera rivelazione arriva con questa versione più lunga di Once I Was, in cui l’impegno e il coinvolgimento di Tim nell’interpretazione del testo sono totali e solenni, con un mordente e una malinconia assoluti. Un modo quasi processionale di tenere la voce, maestosa e mutante, e quel vibrato tirato fuori dalla laringe mentre sospira «will you ever remember me» sono particolarmente devastanti. I Never Ask To Be Your Mountain, al contrario, è quasi accusatoria nella sua furia contenuta, nonostante sia possibile ascoltare i tocchi sottili che Buckley ha elaborato nel suo modo di suonare, quasi come memoria muscolare. Basti far attenzione al modo in cui il ritmo scolpisce la fisicità dalla chitarra, sottolineando come i colpi riescano a punteggiare le inflessioni della sua portata vocale. E se si pensa che il brano venne scritto dopo il fallimento del suo matrimonio con Mary Guilbert, ci si sente ancor più spettatori curiosi della vita privata di Buckley, onestamente disegnata nei testi. Dal madrigale modernista e capriccioso al limite della censura di Knight Errant, al bozzetto di acuti impossibili di Once Upon A Time con tanto di chitarra percossa à la Richie Havens, fino all’antimilitarista No Man Can Find The War (che viene dal nastro di studio e non ha perso un briciolo della sua grinta e potenza, a quasi 50 anni dalla registrazione originale), tutto sembra perfettamente nuovo, come se ascoltassimo per la prima volta questa voragine di verità e poesia, di spontaneità e bellezza.
Dal troubadour folk-rock all’esploratore avanguardista, Tim Buckley non è mai stato solo un cantautore con la chitarra acustica: la sua musica è sempre stata inondata da riflessi acidi e pop, dai colori di un harmonium o di un clavicembalo, andando così a impreziosire quei testi tanto introspettivi quanto universali. Il fascino geniale di Buckley e la sua bizzarra ginnastica vocale fanno sì che Lady, Give Me Your Key suoni esattamente come se il cantautore di Washington stesse cantando nella nostra stanza, rannicchiato in fondo al letto con la chitarra in braccio, spoglio di ogni produzione, effetto o altro. È un Tim Buckley appassionato e onesto con se stesso, lontano dalle oscurità baritonali a cui siamo abituati. Spira un vento folk-blues lungo queste tracce impolverate e cariche di atmosfera, ed è un piacere ascoltare di nuovo la voce di quel ragazzo ventenne, nel pieno del suo sviluppo musicale, che negli anni a venire avrebbe preso strade molto complesse, con dischi come Blue Afternoon, Lorca e Starsailor, per poi approdare, nel finale di carriera, prima della prematura scomparsa, al funky-rock carnale e chitarristico di un disco come Greetings From L.A.
Quella voce inconfondibile e inconsueta che passa da un falsetto quasi estremo al suo tenore abituale, ci presenta un cantautore che già spingeva la sua ricerca vocale lontano da quello che era l’abituale approccio dei cantanti dell’epoca. Le canzoni qui si vestono, grazie all’acetato, di un gusto quasi prog à la Donovan e Roy Harper, mentre la voce ancora tormentata di Buckley diventa il modello per Arthur Lee in Forever Changes. Torturato nella sua cruda, vibrante e giovane vulnerabilità, con quel volto magro, dolcissimo e ferito che ci guarda dal basso, in questa vecchia fotografia in bianco e nero che nonostante tutto sembra scattata solo ieri. Forse basta quella risata distesa scambiata con il tecnico in studio prima di partire con Lady, Give Me Your Key per avere l’idea di quel momento, per tentare di catapultarci direttamente in quel fermento artistico che sgorgava ovunque, da una gioia postuma, di un passato senza nostalgia.
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