Recensioni

6.8

Il nome della band è più da formazione post-rock, e anche il recente allargamento della lineup a cinque elementi – dai tre di partenza con cui aveva registrato i precedenti lavori, l’ultimo dei quali Horns, risalente a tre anni fa – sembrerebbe suggerire una propensione per la formula collettivistico/egualitaria di Godspeed You! Black Emperor o Explosions In The Sky. Ma l’analogia con il genere magnificamente interpretato anche dai nostri Giardini di Mirò finisce qui, anzi potremmo dire che quello dei varesini There Will Be Blood è più un “ante”-rock che cita i tempi andati – ma andati di brutto – guardando al funk, al proto-punk, al tex-mex, ai 70s, al rock’n’roll, al voodoo e al country/blues lurido e strascicato da film western. Ma non lo “spaghetti” di italica fattura, quanto forse quello, di gran lunga antecedente, di John Ford. Il che richiama le polverose e desolate lande americane, quando invece questo Beyond è stato registrato a Busto Arsizio e sulle sponde del lago di Monate (vicino Varese). Effetti della globalizzazione.

Altra curiosità che riguarda il quintetto lombardo è che pur essendo stato fondato da due ex bassisti, indovinate un po’ quale strumento manca nello schieramento titolare? Sì, il basso. Cosa ancora più strana se si considera che le ritmiche sono parte fondante del suo credo musicale. Così come l’attitudine alla rimasticatura, se è vero – com’è vero – che la band aveva pronto quest’album già da un anno ma poi ha preferito rimettere le mani sul materiale registrato per trovare un amalgama migliore. E forse anche per mettere meglio a punto il concept. Perché, riferendoci a Beyond – come a tutti i precedenti dischi del gruppo – di questo si tratta. Qui la storia è quella di un ragazzo in lutto per la perdita della madre (con i singoli brani che raccontano episodi distinti della storia, e si può scegliere se ascoltarli in ordine di tracklist o seguendo il filo narrativo suggerito dal booklet), viatico per affrontare il tema dell’oltre, inteso sia come superamento dei propri vincoli, sia come valico di un’esistenza mortale.

Le 10 tracce del disco vanno di conseguenza: pastoni etno/funk dagli influssi afro e, soprattutto, mediorientali (Fiere), saggi di puro sgrattoa-rusty alla maniera dei Pontiak (Hobo), danze uptempo perfette per spazi aridi e sterminati (Cockadoodledoo) o per i marciapiedi di New York nel pieno degli anni ’70 (Body-Money), e uragani transcontinentali (Catrina) che sconquassano, risucchiano e centrifugano insieme il Messico delle orchestre mariachi, il Marocco dei canti muezzin, le desert session di Josh Homme, e le brezze dell’altro deserto, quello australiano di Nick Cave & The Bad Seeds. Se poi si riesce anche a far andare d’accordo per quasi quattro minuti Sly And The Family Stone, Stooges, Gang Of Four e Led Zeppelin (Back From The Dirt), altro che “scorrerà sangue”: la convivenza non è mai stata così pacifica.

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