Recensioni

The Waterboys, come tutte le grandi band con percorsi decennali alle spalle, hanno attraversato varie fasi artistiche nel corso della carriera. Sono partiti a metà degli anni Ottanta con un rock vicino al post punk per poi passare attraverso l’Irish folk di Fisherman’s Blues e ancora il rock and roll e il folk rock; scioltisi nel 1993, si riformano sette anni dopo per consegnarsi definitivamente alla storia delle grandi band inglesi.
Modern Blues è il loro nuovo album, uscito il 20 gennaio per Kobalt. Registrato e prodotto a Nashville dal leader della band Mike Scott e mixato da una leggenda come Bob Clearmountain, il disco è un concentrato di rock and roll e blues della migliore annata. Nove canzoni che non rinunciano alla melodia pur spingendo l’acceleratore sulle chitarre elettriche e la sezione ritmica: a un brano come l’opening track Destinies Entwined o il rock blues di Still A Freak (occhio allo spettro degli Allman Brothers) rispondono momenti più gentili e soul oriented come November Tale (supportata dal piano wurlitzer e i violini) o Nearest Thing To Hip (dove l’organo hammond – tra l’altro spesso presente nel disco – ricama e dialoga con il pianoforte).
Long Strange Golden Road sembra uscita da un qualsiasi disco di Bob Seger ed è un perfetto manifesto di chiusura di un disco breve, tosto, essenziale e senza fronzoli: d’altra parte il blues moderno può esserlo fino a un certo punto, e allora quello che resta sono gli umori di strada, la polvere che si respira e la sensazione di aver camminato tanto alla fine dell’ascolto. Modern Blues non aggiunge nulla alla carriera dei Waterboys ma mette bene in chiaro che la band è ancora lì a dire la sua, dando il meglio sulle ballate e producendo ancora dell’ottimo old fashioned rock.
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