Recensioni

Anticipato da Waiting For The Phone Call, il singolo realizzato con la collaborazione di Robert Smith, i Twilight Sad sembravano destinati a pubblicare un album sulle stesse coordinate, elettroniche e spietate, degli ultimi Arab Strap. Metronomie sintetiche e drum machine li posizionavano, almeno nella prima parte, in un ipotetico continuum tra New Order e Underworld. Ma il loro sesto album, It’s The Long Goodbye, complice il tema – una riflessione sulla malattia della madre di James Graham – li riporta con decisione sulla strada maestra di un rock orgogliosamente made in the north.
Dai loro inizi come gruppo di compagni di scuola, la band ha costruito un percorso coerente e riconoscibile anche sotto l’ala protettrice dei Cure, per i quali hanno aperto numerosi concerti. Nessun capolavoro conclamato né un lavoro che abbia ridefinito le coordinate di Rock Action e prima Chemikal Underground, eppure una traiettoria che, tra alti e bassi, ha dimostrato una solida tenuta, raccogliendo consensi tanto tra gli addetti ai lavori quanto tra irriducibili fan. Il debutto Fourteen Autumns and Fifteen Winters (2007) nasceva dal folto sottobosco musicale di Glasgow, con radici nel folk anche celtico ma già attraversato da cupezze e bianconeri joydivisioniani. In comune con gli Arab Strap, l’accento locale come segno distintivo; con gli emuli del post-punk mancuniano Interpol (qui quasi citati in The Ceiling Underground) e Editors, l’epica dello spleen e il grigiore metropolitano; con i Mogwai distorsioni, echi e riverberi d’impronta shoegaze; e con gli Aereogramme la tensione epico-sinfonica e lirica.
No One Can Ever Know e It Won’t Be Like This All the Time avevano già trafficato con l’armamentario elettronico dei New Order: elementi che ritroviamo nel brano con Smith ma che qui restano più marginali. Tornano invece centrali epica e chitarre e, alla bisogna, le tastiere: strumenti che possono farsi ritmo (Back To Fourteen) oppure linea melodica, come nella dolente Tv People Still Throwing TVs at People, che chiude un lavoro senz’altro sentito, urgente e liricamente lacerante.
Il limite dei Twilight Sad resta quello di un sound che difficilmente può dirsi del tutto loro, e la quantità di riferimenti che ogni volta riaffiorano ne è la misura. Il loro brano più noto resta There’s a Girl in the Corner, che non è propriamente una hit quanto piuttosto una perfetta introduzione al loro mondo, capace di sintetizzare una cultura musicale condivisa con molte band scozzesi (e non). L’album da cui è tratto, Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave, resta probabilmente il loro lavoro migliore, ma questo It’s The Long Goodbye non gli è inferiore: un disco catartico, che sanguina, da suonare ad alto volume e che dal vivo troverà la sua dimensione più autentica.
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