Recensioni

6.8

Parafrasando il ritornello del primo singolo tratto dal loro secondo album viene proprio da chiederselo: Whatever happened, my friends? Cos’è successo ai Thrills? Dove sono finiti quegli ingenui ragazzi innamorati dei Beach Boys? Dove sono andati a finire i maglioni di lana Aran e le Kilkenny?
Nel video che accompagna Whatever Happened to Corey Haine, il leader Conor Deasy, al centro della scena, è un belloccio dandy ottimista fintamente trasandato, noncurante di una serie di vicissitudini hippy che gli capitano attorno. Un gruppo di giovani – prevalentemente fresche ragazzine – si baciano, giocano, si dipingono il corpo e ballano; l’estetica è quella della California di fine ’60, ma l’aria uggiosa è quella di Dublino. Il gruppo suona un pop scintillante che non si vergogna di giocare con gli archi (periodo Bee Gees e Rocky 1): la voce del cantante in primo piano, il pianoforte a accompagnare la melodia, che in questa come in quasi tutte le altre canzoni soppianta nella costruzione dei riff di chitarra e slide. Dunque, dal country-folk di So Much For The City si passa al pop dei Settanta, con l’ineffabile zampino di alcuni professionisti dell’industria musicale.

E non c’è che dire: Dave Sardy (produttore di Marilyn Manson e Johnny Cash), Mr Van Dyke Parks (l’arrangiatore preferito da Brian Wilson, presente in The Irish Keep Gate-Crashing), e infine Peter Buck (ospite in Faded Beauty Queens) hanno svolto un lavoro egregio, vestendo le liriche di un Deasy più maturo con un classico flavour americano, senza che questo porti l’ascoltatore alla facile citazione.
Tell Me Something I Don’t Know, che gioca inizialmente su un crudo riff garagista, si trasforma in una ballata mid-tempo con almeno un paio di cambi di ritmo (e qui l’effetto speciale, di mascherare l’insicurezza come in passato, aggiunge invece sale all’impasto); stesso discorso per il leggiadro piglio scanzonato di Faded Beauty Queens, con il chitarrista dei R.E.M. a aggiungere un prezioso contributo al mandolino; You Can’t Fool Old Friends With, con sottile gioco straniante del synth korg, punta sulla più genuina delle soluzioni calcando sul ritornello; Found My Rosebud trasforma il rock degli Who in lucido pop; Rev Not For All The Love in the World presenta persino la caramella fiabesca dei Mercury Rev.
Le risacche country del debutto sono solo un lontano ricordo e con un Deasy che si destreggia a mo di Rod Stewart meno epico ma più (ostentatamente) sensuale, i brani di Let’s Bottle Bohemia (originariamente noto con l’ironico working title di Let’s Battle Insomnia) scorrono senza intoppi e cadute di tono. A fronte di arrangiamenti superlativi, quest’album possiede la spina dorsale che mancava al precedente. Per cui: dopati o no, non importa: i Thrills vincono le olimpiadi del pop.

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