Recensioni

Sono passati più di tre anni dal botto di Conditions, e tutti aspettavano The Temper Trap al varco. Il successo di Sweet Disposition (ricordate il tema principale del film – ahi – generazionale 500 Giorni Insieme?) ha lanciato questi giovani australiani – di stanza e di carriera a Londra – come peso morto tra l’olimpo delle masse popettare e danzar ecce, senza offesa. Se volessimo definirlo, sweet pop. E’ il 2009, il tutto grazie ad un ammasso indistinto di appiccicosetti singalong, che, seppur non esaltando, ridanno un sorriso capace di accompagnare il ticchettio del piede appassionato. Un successo basato sulle vocalità intraprendenti del cantante, Dougy Mandagi e su una notevole capacità di incastro, tra spensieratezza pop appunto e romanticismo a randellate, poi. E le canzoni? Non c’erano – o meglio, ancora acerbe – e poco sembra cambiato, a spulciare nel nuovo eponimo album.
Gli arrangiamenti tengono quando osano, le soluzioni sonore adottate sono ben diversificate, immediate, quasi fresche; a mancare è la scrittura, la qualità dei pezzi, la ciccia, il talento insomma. L’iniziale I Need Your Love è un manifesto programmatico, senza sorprese eppure quasi carezzevole. C’è magnificenza eighties come se luccicasse e la voce a fare da semplice lustrino. Fanno bene il verso agli ultimi The Rapture, o meglio, agli U2 se prodotti dalla Dfa o dalle SS. In London’s Burning Mandagi fa il verso – scimmiottandone l’epica – a James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers, tra ritmiche finto sandiniste e ritornelli impacchettati come fosse bigiotteria indie pop. L’arpeggio fruttato dell’agrodolce Trembling Hands ha esiti tragici, scivolando inesorabilmente tra il pantano dell’inconsistenza e della prevedibilità. Soprassedendo su The Sea is Calling – dei Grizzly Bear cresciuti a pane e qualcosa di poco originale – meglio concentrarsi sui sospiri di una rarefatta Miracle, un po’ sciupatella ma quasi godibile nei suoi intarsi synth e nei suoi coretti animalcolletiviani (esagerando un po’). Dopo la quasi piacevolezza post soul di Never Again, la successiva Dreams ci riporta con i pensieri in territorio spudoratamente pop a cavallo tra un poco ispirato Justin Timberlake e una deriva autolesionista che potrebbe sfociare nel fallimento brillantinato dei Grammy, o peggio ancora, di X Factor. Ci fermiamo qui, noi, e di loro, dei The Temper Trap, ci rimane fra le dita la patina troppo surgelata di un prodotto esageratamente impomatato, distantissimo da qualsiasi principio emozionale. Se non desiderate verità e sensazione, ma esclusivamente spensieratezza a secchiate, accomodatevi.
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