Recensioni

Sono quel tipo di persona che negli anni si è circondato di un sacco di amiche e amici appassionati di musica. Siamo tutti più o meno coetanei, andiamo tutti più o meno agli stessi concerti e agli stessi festival. Siamo tutti più o meno fissati con le dinamiche più nerd della passione musicale. Ad esempio, perdere ore, ore e ore discutendo su cose apparentemente inutili e prive di senso per una persona normale: ad esempio quali siano le canzoni più famose degli Strokes. In una di quelle occasioni che avrebbero fatto la felicità di Nick Hornby – o se non lui, i suoi personaggi di Alta Fedeltà – la band di Julian Casablancas, che avrebbe suonato di lì a qualche giorno un concerto abbastanza discutibile in quel del Primavera Sound, è stata protagonista suo malgrado di una lunga disamina di tutte le sue canzoni, per decretare una sorta di classifica di ‘fama’ basata sul peggior cocktail possibile: un mix di sensazioni personali e dati di ascolto su Spotify. Questo perché ai tempi, tutte le volte che abbiamo masterizzato Is This It? a chi ce lo chiedeva non potevano essere contante su larga scala.
Comunque. A parte Last Nite, che mi sembra possa essere considerata la canzone più famosa degli Strokes quasi oggettivamente, la mia personalissima opinione verteva su Reptilia come autentica “second best”. Questo perché oltre agli ascolti su Spotify, c’è da considerare come il riff di quella canzone, che di Room On Fire è stata il secondo singolo, sia entrato in tutti quei video in cui chitarristi più o meno bravi ti suonano “i migliori riff della…” (aggiungere ‘storia del rock’, ‘anni zero’ e così via). Reptilia c’è sempre. SEMPRE. E a ragione.
Mi ricordo che quando l’ho sentita, seguendo la cantilena retrofuturista di 12:51, primo singolo che per un giovane adolescente che rimase giustamente folgorato fu quasi una delusione, date le aspettative esorbitanti che io e quelli come me – qualunque cosa volesse dire – nutrivano per il secondo disco della band che con l’esordio aveva dimostrato una via possibile capace di ricollegarsi a quella Grande Storia della musica alternativa di cui sentivamo magnificare dagli avventori più adulti di noi nei negozi di dischi, mi ritrovai in una sorta di estasi/spaesamento mistico in cui non ero più in una stanza di Torino lottando con la barba che non cresceva e gli accordi col barré sulla mia prima chitarra elettrica, ma in un altrove fatto di sogni di rock’n’roll, locali fumosi e sotterranei, notti che non finivano mai, band che suonavano tutto il tempo e scrivevano canzoni immortali, chitarre che bruciavano e sensazioni che quegli anni fossero destinati a diventare “i nostri anni” (che è poi la sensazione che ho ritrovato guardando il trailer del documentario di Will Lovelace e Dylan Southern Meet me in the bathroom).
In sintesi, il riff di Reptilia è stato uno dei riff più potenti dei primi anni Zero e se la batte con quello di Last Nite per iconicità. Ecco. Quasi vent’anni dopo l’uscita del secondo disco degli Strokes rimangono i feedback di Reptilia a delineare le coordinate di un disco, Room on Fire, ai tempi accolto come la copia carbone, l’ovvio bellissimo ma anche deludente seguito di Is This It?, fatto in fretta e furia per riprendersi dal licenziamento di Nigel Godrich (chiamato dalla band per dare al disco quegli accenti più legati al futuro, all’alienità, al vagare inviluppato del proprio sound, ma mandato via per scarsa sintonia con il modo di lavorare di Julian Casablancas: «Siamo due control freak che vogliono fare le cose a modo loro, ora ci ridiamo su ricordandoci di una cosa che non è successa e che avrebbe potuto essere»).
Il disco fu chiuso in tre settimane con Gordon Raphael ancora una volta al banco di regia. «Se avessimo avuto due settimane in più sarebbe venuto molto meglio», disse poi Nick Valensi, l’altro chitarrista. Quello che tiene la tracolla della chitarra bassa. Però, ecco, mi ricordo anche che una delle recensioni pubblicate in tempo reale diceva pressapoco così: «Vale come per i Ramones: se ti piacciono una volta, ti piacciono sempre». Ed era vero. Perché al di là di quello che poi gli Strokes sono stati e diventati, e cioè una band piuttosto deludente con dischi sempre meno a fuoco e una scrittura sempre meno accattivante, Room On Fire sintetizza ancora l’urgenza creativa di una formazione nel pieno del suo momento, che sfrutta ancora l’onda lunga del Big Bang generato dal suo esordio e dal contesto in cui è cresciuta, quando New York è tornata ad essere il centro musicale figo del mondo con Strokes, Yeah Yeah Yeahs, Interpol e LCD Soundsystem a costruire una colonna sonora per la nostra (e non solo) generazione, e quindi il bisogno di continuare ad alimentare quell’energia con canzoni, con riff, con le chitarre. Quelle chitarre che suonavano esattamente come quelle di tantissime altre band tra il 1974 e il 1984 che noi al tempo non conoscevamo – e la cosa sinceramente nemmeno ci interessava.
Perché quelle chitarre erano un antidoto ai Linkin Park, ai Limp Bizkit, ai Nickelback, ma anche ai blink-182, ai Green Day, al mainstream del rock di quegli anni, comprese le nenie barbogie degli stravenduti U2 di All That You Can Leave Behind e Red Hot Chili Peppers di Californication (che ai tempi sembravano canti degli cigno di band che hanno fatto la storia, e invece…). Era un antidoto, era una possibilità, era un altrove. Ed era la dimostrazione che la potenza della musica, l’energia di un suono capace di far sentire le persone parte di una sensazione comune, era sempre lì.
Quando poi qualche anno fa Pitchfork ritornò sul disco, cambiò il voto (da 8.0 a 9.2) e lo giudicò addirittura migliore di Is This It?, scrivendo una recensione che suona più o meno come «è un disco più vario di quel che sembra». Forse dire che è meglio è esagerato. Ma che si tratti di un lavoro molto più sperimentale è vero. Se 12.51 al primo ascolto mi deluse, al secondo mi sembrò una canzone pop perfetta; così come le ritmiche intrecciate di What Ever Happened?, tra basso, batteria e chitarra, raccontano una sperimentazione sottile molto più profonda di quanto si fosse disposti a riconoscere ai tempi; ma anche Meet me in the Bathroom, che se ci pensate bene potrebbe essere stata scritta da James Murphy per l’andamento che si avvicina più ai Suicide che non a Lou Reed.
Ma tutto il disco è una riscoperta dietro l’altra. Anche perché dopo questo, gli Strokes si ritroveranno intrappolati negli stereotipi di loro stessi. Nei fantasmi della fama. Nel portare la croce di una missione più grossa di loro. Portando a canzoni sempre meno urgenti e dischi fuori fuoco, quasi una presa in giro per i fan, se non una consapevole distruzione della propria identità e della propria immagine. Del resto, Julian Casablancas sembra ancora oggi un tizio in continuo conflitto con sé stesso, con la propria immagine, con la propria classe sociale di appartenenza, con il proprio ruolo nella storia della musica. Un conflitto che, per inciso, mi sembra stia in qualche modo perdendo, se è vero che siamo qui a festeggiare i vent’anni di Room On Fire e Is This It? e ci stiamo dicendo come siano gli unici dischi degli Strokes capaci di incidere in quel presente e disegnare in qualche modo il futuro. Poi ne sono arrivati altri quattro, dagli esiti più o meno riusciti. Nel 2006 First Impressions of Earth cercava di replicare la formula ma con un suono più “grosso” e una scrittura molto meno felice, e infatti a distanza di anni non sembra aver lasciato traccia. Cinque anni dopo, Angles un po’ cercava di spaziare verso quell’elettronica retrofuturista che poi Julian Casablancas metterà maggiormente a fuoco nei suoi progetti solisti e nella premiatissima collaborazione coi Daft Punk per Instant Crush, a dimostrazione di come oltre ai Television e ai Velvet ci fosse di più: i Blondie, i Cars, addirittura i Devo. Nel 2013, infine, Comedown Machine passava quasi inosservato, e alla prova del tempo in effetti sembra davvero qualcosa di buttato lì tanto per fare.
Una carriera ondivaga fino a The New Abnormal che, al di là dei giudizi personali (per me non si è trattato di un progetto totalmente riuscito), è il disco con cui gli Strokes hanno cercato di tornare a imporsi come nome importante della scena. Con tour – recuperati anni dopo causa Covid, ovviamente – da headliner nei festival di mezzo mondo. Festival in cui le persone comunque evocavano e cantavano a gran voce le canzoni dei primi due dischi. Perché, montagne russe artistiche a parte, la forza di quella doppietta non la può negare nessuno, dai chitarristi alle prime armi che si fanno i calli sul riff di Reptilia dopo aver visto un tutorial su YouTube ai non-più-ragazzi che vent’anni fa pensavano che quella band potesse cambiare il mondo (e invece no) e che si ritrovano davanti a una birra, a un concerto, a discutere su quali siano le canzoni più famose di quella band che per un breve lasso di tempo è stata davvero importante. Questa è per tutte e tutti voi là fuori. Adesso vado a vedere se quel riff riesco finalmente a suonarlo.
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