Recensioni

7.1

Mike ritorna a farsi fotografare dalla palazzina – è uno studentato a Norwich – e già la cosa ci gasa. E’ la cover di un album dark e futuristico, ha confidato alla stampa, una svolta rispetto al buonismo soul-hop del precedente Everything Is Borrowed e, dunque, un probabile ritorno allo skinner che avevamo amato tanti anni fa con l’indimenticato Original Pirate Material. Campale sul sito poi la scritta lapidaria: the final The Streets album, il lavoro definitivo: l’ultimo probabilmente sotto questa firma. Un disco ballabile, dove ci puoi bere il the sopra con sonorità rave e qualche smalto philly, intriso comunque di una britannicità impossibile da grattar via.  

E’ tutto vero, o quasi, quello che si ascolta nella raccolta di canzoni spacciate in rete che lo precede: una tracklist più upbeat, i pallosi cori tormentone soulful finalmente sotto sedativo e una rinvigorita verve a unire su basi compatte (garage, hip-hop, uk bass tutta) le clip alt/arty, lo slack flow e gli ingredienti dell'uomo che i fan conoscono bene e le cose che lo hanno reso star internazionale.

Mike alza la testa ed è ancora in grado di segnare degli high score: non spaccherà sulle basi à la Magnetic Man di The Robots Are Taking Over, con le rime fiacche di In The Middle o le gigionate in salsa mexi-ragga di He’s Behind You, He’s Got Swine flu, ma funziona alla grande, soprattutto a inizio scaletta, con numeri tra crudezza geezer, hard step e savoir faire Bass con la B maiuscola (I Love My Phone, Daivd Hassles, Skills On Toast).

Troviamo nella raccolta una potenziale summer hit a base di soft rock e memorabilia 80s (Trust Me), un nuovo episodio post-Kinks nella uptempo See If They Salute, ma ciò che s'apprezza di più è il formato che alterna cruderie e raggi di sole, lo stream urbano tornato veramente urbano (dopo le saghe personali sul successo e le depressioni al giro dei trenta) e la parlata monotono che ricongiunge ghetto e quadretti kenloachiani, free form e narrativa di amori periferici. Che le ballad non gli escano più come un tempo (A Blip On A Screen) non è un fatto da sovradimensionare in un album così diretto. Ora aspettiamo quello vero.

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