Recensioni

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Piccoli miracoli che accadono. James Hinton è un ragazzo di Brooklyn che esordiva giusto tre anni fa grazie ad una co-produzione firmata Project: Mooncircle, un’etichetta di Berlino, e Donky Pitch, una label nata a Birghton nel 2009. Tre anni più tardi lo ritroviamo sulla prestigiosa Domino con un disco che già dal titolo dimostra di possedere un Potential enorme. Hinton ha campionato da YouTube una serie di wannabe della rete, ragazzi qualunque che in un rush emotivo/creativo hanno composto nella solitudine delle loro stanze pezzi r’n’b, synth pop, hip hop e così via, caricandoli sulla piattaforma. Il producer li ha trattati al Mac con le solite tecniche – cut’n’paste e manipolazione digitale – per poi confezionare per ognuno di loro un abito sonoro caratterizzato da estetica/estatica da cameretta anni Dieci. Un po’ di bassi, una bella manciata di piano note altrettanto spezzettate e messe in loop che ricordano neanche troppo alla lontana Moby per quella distanza messa in scena tra sé e l’emozione, qualche linea di synth e poco altro. Ne viene fuori un ritratto di sincerità inedite espresse attraverso un linguaggio altrettanto vicino al popolo della rete, e dunque potenzialmente a tutti noi. C’è euforia e disperazione, c’è un po’ il segreto più intimo di un fenomeno come The Streets che è quello di arrivare nel cuore dei ragazzi con la guardia abbassata ma con un’identità ben definita. E infatti nel missato del ragazzo di stanza a Brooklyn c’è molto UK, lo si sente a partire dagli MC e dai vocalist selezionati, ma anche dalla grana sonora che immagazzina sonorità garage, tocchi jungle e grime, fino a qualcosa che non sfigurerebbe affatto in un remix di un pezzo dei Mogwai (No Loss). In pratica, nostalgia, perdita ed estasi viaggiano su binari paralleli qui, intersecandosi in un gomitolo coeso che è l’album tutto.

In USA Potential ha letteralmente stregato la stampa: Mark Richardson, sulle colonne di Pitchfork, ha visto il disco come un richiamo diretto a un mitico momento rave «dove la giusta combinazione di gente e dj poteva farti sentire come parte di qualcosa che contava». Romantico. Steven Arroyo su COS fa coincidere il range emotivo del disco con quello attualmente possibile tramite sample e l’uso del macbook, sottolineando la potenzialità infinita dei vocalist anonimi selezionati e chiamando inevitabilmente in causa il buon Burial – che in quanto a magia dei sample, anonimato, emozione urbana, emarginazione, solitudine ecc…, è uno che ne sa a pacchi. Tutti concordano sull’elemento di non novità del lavoro, facendo leva proprio su questo fattore per evidenziarne la straordinaria efficacia comunicativa. Per quanto mi riguarda, invece, imbevuto fin troppo di tutto questo contesto, il reale valore di queste 11 tracce – benché ammalianti e spesso disarmanti – non supera i confini di una certa medianità potenzialmente straordinaria. Vedere questo disco sul confine di questa formidabile sociologia avrebbe potuto anche far scattare “quel qualcosa di generazionale”, ma così non è. Sarà per questo che ascoltando questo lavoro senza saperne nulla, mai e poi mai mi sarebbe rimbalzato alla mente che potesse rappresentare un nuovo Untrue per gli anni Dieci o una versione for the people di In Colour di Jamie XX. Non stiamo parlando di Sun Kil Moon: qui, la musica, non soltanto il cut’n’paste degli MC, deve essere il messaggio. Tutta questa straordinaria «sonic map of modern anonymity», benché emerga dal mero ascolto, non si trasforma automaticamente in paradigma ma rimane in nuce, dentro i confini del Potential. E dunque dentro i confini dell’operazione a tavolino.

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