Recensioni

A due anni dall’ultimo album dato alle stampe, Dissolution, i Pineapple Thief tornano con un nuovo lavoro di cui le vellutate reminiscenze indie rock del singolo di lancio Demons hanno rappresentato un assaggio per certi versi fuorviante. Il leader e cantante Bruce Soord ha fondato il progetto nel 1999 ma non ha festeggiato la ricorrenza del ventennale facendovi ricadere l’uscita di un disco d’inediti, bensì ha atteso il 2020 per dare alle stampe il nuovo lavoro, che si propone quindi come il primo della band nell’era della post (?) pandemia, curiosamente ispirato al concetto di post verità. Versions Of The Truth, recita il titolo, che potremmo pensare come attinente ai riflessi distorti che percepiamo, colonna sonora di un mondo à la Rashomon dove di verità ce ne vengono offerte a iosa, instillandoci il dubbio che non si possa sceglierne una ma che vadano prese tutte, perché solo così avremo la possibilità di costruire qualcosa di simile alla realtà.
Oggi i membri della band, che negli anni ha subito vari rimescolamenti di line up, sono quattro: oltre al vocalist, troviamo il batterista (ex Porcupine Tree) Gavin Harrison, il bassista Jon Sykes e il tastierista Steve Kitch. Emersi dalle brume di certo rock inglese di fine anni ’90, i PT – stranamente – non hanno mai raggiunto una visibilità in ambito mainstream tale da schiudergli i cancelli delle arene, ma non si sono neanche rifugiati nella nicchia di un prog dalle pur luminose fenditure come quello a marchio Kscope, prediligendo un approccio meno d’essai, con risultati peraltro generalmente egregi, almeno agli inizi.
E se a fine 90s i Radiohead lasciavano presagire un’imminente ridefinizione dei canoni pop/rock (ma non è andata così), con annessa e generalizzata presa di distanza dalla classica struttura ereditata dagli anni ’60, formazioni inglesi quali Muse, Coldplay, Elbow e Doves hanno proseguito proprio in tale direzione nel tentativo di raschiare quel che restava di scrostabile dal fondo del barile, col risultato di appiattirsi su certi stilemi e probabilmente accelerare, o almeno non ritardare, il de profundis di certo rock.
Tuttavia, oggi si continuano a incidere dischi sul genere, e quello in questione è il tredicesimo per Soord e soci. Con quali esiti? Non esaltanti, a dire il vero. E nell’ammetterlo non nascondiamo una punta di rammarico. C’è sì tutto il campionario che ha sempre caratterizzato la loro cifra: fini ed elaborate tessiture strumentali, arie melanconiche e afflato cerebrale in aggiunta a un piglio rock ‘n’ roll radio-friendly che unisce tecnicismi e avvitamenti tipici del progressive a un songwriting diretto ed emozionale, ma più che una tovaglia in seta per le grandi occasioni, la band del Somerset ha imbastito solo l’ennesimo canovaccio buono per evitare che le patacche di olio, vino e sugo rovinino la superficie del tavolo.
E anche nel celebrare le consuetudini, non sono andati al di là di uno svogliato taglio del nastro a corredo di una sonnacchiosa cerimonia. La title-track, pur muovendo da classicismi di matrice genesisiana, si erge a sontuoso crescendo che lascia intravedere la possibilità di sbocco in un ritornello anthemico e catchy salvo poi eludere la sfida e ritirarsi sul più bello. Break It All promette anche lei battaglia con i suoi aneliti metal – o perlomeno hard&heavy – ma il drumming possente di Harrison – subentrato in formazione nel 2016 e ormai pienamente raccordato col sound dell’ensemble – non è sorretto da una scrittura parimenti ispirata e imprime solo la direzione a un passaggio dal mood goffamente inquietante e colorato di contorsionismi chitarristici senza particolare costrutto; così come potenziali hit come Leave Me Be, con le sue pose contemplative e un hook di chitarra minaccioso ma sostanzialmente inoffensivo, e Our Mire, cavalcata dalle epiche premesse ma che alla fine lascia la sensazione di aver montato un mulo, finiranno – scommettiamo – negli scantinati più reconditi del web tempo tutt’al più qualche giorno; Driving Like Maniacs è invece una ballata in chiave principalmente piano/voce che richiama – pensate un po’ – i dEUS (altezza The Ideal Crash, ça va sans dire) i quali sono belgi ma da Albione hanno preso e ad Albione hanno dato; e anche Stop Making Sense, lungi dall’essere un tributo ai Talking Heads come farebbe pensare il titolo, si dipana come un pièce intrisa di esotismo ma che ricorderanno in pochi.
Alla fine, le cose meno scontate sono concentrate nella prima metà del lavoro, ed è un peccato viste le qualità del combo. Ma è la verità, o almeno la nostra verità, con tutto il carico di amarezza che comporta accettarla. Perché prima di tutto, come cantava la Caselli, la verità ti fa male.
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