Recensioni

I Minus 5 sono in circolazione da più di trent’anni, condannati a un eterno ruolo di secondo piano per la natura intrinseca di side project, certo, salvo però aver saputo scivolare oltre e non solo di lato ai vari progetti primari (Young Fresh Fellows e R.E.M. in primis). Viene da chiedersi dove vadano a pescare oggi – toccata quota quattordici album, mentre il rock si è accoccolato sul sedile posteriore a borbottare anatemi come un vecchio zio complottista – energia e motivazioni per tirare avanti? E soprattutto: per tirare avanti così? Credo che l’unica risposta sia proprio nel: tirare avanti. Senza stare a pensarci troppo.
Il leader e pifferaio magico del combo Scott McCaughey, il vecchio sodale Peter Buck, la sempre grintosa Linda Pitmon, il puntuale Kurt Bloch, l’agrodolce Debbi Peterson (The Bangles) e due ospiti come Spencer Tweedy e Patterson Hood, confezionano una dozzina di tracce croccanti e ad alzo zero, aspre ed euforiche, carburate dalla pura e semplice eccitazione del consegnarsi alla scossa liberatoria del rock. Un rock che è innanzitutto suono, granulare, volatile, festoso, inacidito, sferzante, incendiario, che molto deve quindi al contributo di una vecchia volpe come Ed Stasium (Replacements, Ramones, Talking Heads, Motörhead…) in cabina di regia.
Ascoltando viene spesso da pensare al Paisley più ruspante, al garage distillato dal batticuore ansioso dell’indie, alla verve cruda e indolenzita dei Green On Red, al deserto vertiginoso dei primissimi Giant Sand, ma anche alla malinconia irrequieta dei Big Star. Tuttavia, al di là dei riferimenti quel che conta è come tutti sembrino consegnarsi con entusiasmo al suonare, lasciandosi cioè soggiogare dal fare musica finché quel “fare” non sparisce e resta solo l’incantesimo delle canzoni, tanto misterioso quanto immediato, al tempo stesso troppo semplice e troppo complesso da spiegare. La tumultuosa Death The Bludgeoner, una Bison Queen vagamente George Harrison, l’obliqua – in senso Robyn Hitchcock – Sharktooth e la trascinante Let The Rope Hold, Cassie Lee sono forse gli episodi migliori di un album che galleggia tra mestiere, entusiasmo e ispirazione come meglio, francamente, non è lecito chiedere a proposte di questo tipo.
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