Recensioni

Questa volta vorrei cominciare con un ricordo personale che, inevitabilmente, parlando dei La’s, coinvolge il loro pezzo più famoso: There She Goes. Quella melodia limpida e luminosa che esplode nei primi secondi, costruita attorno a un arpeggio fragile eppure potentissimo. Una canzone di poco più di due minuti che ha attraversato generazioni, un simbolo pop diventato virale ben prima che il termine “viralità” infettasse la musica contemporanea. Per quanto mi riguarda, quel brano che unisce i Velvet Underground e i Byrds, i Beatles e il Merseybeat riuscendo a sintetizzare tutto in qualcosa che appare sì passatista ma, al tempo stesso, proiettato nel futuro, ha cambiato il mio modo di approcciarmi alla chitarra elettrica. Capire come, grazie a un semplice arpeggio, si potesse costruire un mondo attorno a poche note e a variazioni non complicate ma perfette è stato un grosso cambiamento. Non vi dico alla anyone can play guitar (non il pezzo dei Radiohead) ma quasi.
Poi ci sono tante storie divertenti legate a quella canzone. Parte della sua fama è dovuta anche alle numerose cover di gente tipo i Sixpence None The Richer (quelli di Kiss Me, sì) che ne esaltavano il lato romantico come se fosse un’innocua canzone d’amore, quando invece ormai tutti sanno e molti hanno confermato — incluso il bassista John Power — che il testo parli di eroina. Una fedeltà alla lezione impartita dai Velvet Underground, laddove per loro era esplicitamente “the death of me”, mentre qui diventa Pulsing through my vein/And I just can’t contain/This feelin’ that remains. Perché, come molti raccontano, la prima volta che ti fai di eroina è la sensazione più bella del mondo, e tutte le altre non sono che un inseguimento di qualcosa che non proverai mai più.
Grandissima canzone, There She Goes. Capolavoro assoluto. Ma c’è di più. Tutto il disco — l’unico disco dei La’s da Liverpool — merita un posto tra le pietre miliari della musica di ogni tempo. Sicuramente è uno dei dischi inglesi più importanti della storia, così come uno dei lavori indipendenti più significativi di quegli anni. Un gioiello fuori dal tempo, una perla pop che sembra autoesistere, sospesa in una dimensione nostalgica eppure potentissima.
A ben vedere, la tensione che i La’s amplificavano era la stessa che attraversava la scena alternativa della musica inglese degli anni Ottanta: il tentativo di unire la storia della musica al punk e, allo stesso tempo, farne qualcosa di nuovo. Erano anni in cui molte band che non sapevano suonare benissimo avevano però l’orecchio addestrato a riconoscere la melodia giusta e l’attitudine perfetta per prendersi uno spazio nel mondo. Pensiamo ai concittadini dei La’s, Echo & the Bunnymen o Teardrop Explodes; oppure ai Jesus & Mary Chain e ai Psychedelic Furs, per citare i più noti. E poi tutto quel sottobosco di musica indipendente che lavorava per coniugare i Velvet Underground ai Beatles, sfruttando l’autoproduzione e cercando di adattare quell’eredità allo spirito degli anni Ottanta britannici: la Sarah Records, la compilation del NME C86, la prima vita della Creation Records con band come i Television Personalities o i Primal Scream pre-Screamadelica.
Essendo uno dei migliori esiti di questo percorso, non è peregrino pensare a The La’s come uno dei tre dischi su cui si regge l’architrave narrativa e la palette espressiva che permisero alla musica inglese con le chitarre di lanciarsi negli anni Novanta con rinnovato ottimismo. Insieme a The Queen Is Dead dei Smiths e a Stone Roses degli Stone Roses, The La’s forma la bibbia che ha fondato il Britpop. Curioso pensare che due band provenissero da Manchester e una da Liverpool, città separate da appena quaranta minuti di treno.
Parlare dei La’s significa però soprattutto parlare di Lee Mavers: songwriter, cantante, chitarrista, incarnazione di talento cristallino e perfezionismo estremo. Il disco nasce in un clima che dire teso è poco. Mavers guida una serie di session travagliate dove si avvicendano almeno nove batteristi, sette produttori in una miriade di session estenuanti nel tentativo di catturare il suono che aveva in testa. Un suono che però non arriva mai al 100% e quindi tutto deve essere rifatto ancora e ancora e ancora fino a raggiungere la migliore (o peggiore) approssimazione (o compromesso) possibile tra la realtà e quello che c’era nella testa di Mavers.
Steve Lillywhite — lo storico produttore inglese dietro tanti capolavori che qui non abbiamo spazio per elencare — assembla il disco che infine vide la luce, ma anche quel lavoro, ovviamente, non soddisfa le aspettative del cantautore. Per farvi capire il tipo, secondo Mavers l’album era “come un serpente con la schiena spezzata”. E si tratta di uno dei più grandi dischi inglesi di sempre!
Nonostante questa frattura tra visione personale e pubblicazione, il disco ha una forza archetipica che lo rende eterno. Un album capace di creare un universo perché in grado di vivere fuori dal tempo e dallo spazio come ogni classico che si rispetti. In un’intervista rilasciata anni dopo, Mavers sintetizza così la sua ossessione estetica: «Più ti avvicini alla perfezione, più ti avvicini all’imperfezione». La sua vicenda diventa una parabola: il genio che distrugge il proprio capolavoro per inseguire un ideale inesistente. Un po’ Sisifo, un po’ Penelope. Ma forse anche una dimostrazione lampante di insicurezza patologica: una cosa che esiste è una cosa che può essere criticata.
Le registrazioni trasudano storia: Son of a Gun vibra di energia skiffle-garage, Doledrum racconta apatia e precarietà (All my life goes by in Doledrum / I’ll see ninety five in Doledrum), Timeless Melody è una dichiarazione di intenti, un manifesto estetico che — come dice il titolo — aspira all’eternità.
Parallelamente, il contesto inglese degli anni Ottanta influisce profondamente sulla loro musica. Liverpool, città ferita dalla deindustrializzazione, dall’abbandono dei cantieri e da una povertà sistemica, diventa un crocevia che ha visto nascere un’industria dell’espressione alternativa, guidata dal punk prima e dall’indie poi. In questo terreno difficile, chi sa costruire una melodia immortale, come Mavers, appare come un araldo di un’identità britannica arcaica e radicata, ma al tempo stesso contemporanea. Lontana dalla sperimentazione synth-dance, più vicina al pop essenziale e cantautorale, alle radici del Merseybeat e dello skiffle.
Cosa resta oggi dei La’s? Resta There She Goes, con i suoi oltre 400 milioni di streaming, onnipresente in film, serie e spot, un evergreen capace di evocare nostalgia e innocenza insieme. Resta l’aura maledetta e mitica di un gruppo che ha scelto di esistere in un solo disco e poi dissolversi: con pochi follow-up (c’è un video su YouTube di una loro partecipazione a Glastonbury nel 2005) senza nuovi brani, solo leggende e legami spezzati. John Power, il bassista, è passato a fondare i Cast, onesti mestieranti del Britpop che oggi raccolgono molto più di quanto seminato grazie anche alle aperture dei concerti della reunion degli Oasis.
Quanto a Mavers, è diventato un fantasma, un simbolo, quasi un’hauntology di se stesso. Una delle ultime grandi voci melodiche di Liverpool, un eroe visionario che non ha mai accettato compromessi e che, non potendo plasmare il mondo a suo piacere, ha scelto l’esilio. Oppure anche la resa alla sindrome dell’impostore. Più Brian Wilson che Paul McCartney. Rumor sugli archivi segreti, su possibili reunion e sulle versioni perfette del disco si rincorrono da decenni, ma restano sogni sospesi, parte della leggenda più che di una reale discografia.
Chissà che, in questo nuovo contesto di ritorno della musica pop, Lee Mavers non decida di riapparire — con quale nome lo stabilirà lui — per farci ascoltare una di quelle Timeless Melody che insegue da più di trent’anni. Forse oggi nessuno si aspetta il suo personale Pet Sounds o una nuova There She Goes, ma sarebbe comunque bello ritrovarsi ad ascoltare nuove canzoni da chi, con un solo disco, ha saputo costruire una parte fondamentale della colonna sonora delle nostre vite.
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