Recensioni
The Kinks
The Kinks Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary Edition
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Stefano Solventi
- 29 Ottobre 2018

Compie 50 anni anche The Village Green Preservation Society, sesto album nonché primo concept targato The Kinks (e uno dei primi della storia del rock). È un’ottima occasione per tornare a parlarne, anche perché con l’occasione esce una ristampa in più versioni che ne rinfresca ulteriormente il sound, regalandoci tra l’altro un pezzo totalmente inedito. Si dirà: un’altra ristampa? Certo, non è la prima volta che del Village Green viene proposta una tracklist estesa ed esaustiva, vedi la ristampa del 2004, con versioni stereo e mono, demo, incisioni alternative eccetera. Quindi il punto è: 50 anni o meno, ha poi senso un’operazione del genere? In linea generale, non molto. Ma nella fattispecie, forse sì. Anzi, sicuramente sì. Perché, signori, stiamo parlando di uno dei dischi più importanti di sempre. Di uno dei dischi più belli, ingegnosi, ambiziosi, curiosi, riusciti di sempre. E che, proprio in ragione di ciò, alla luce dello scarsissimo successo ottenuto all’uscita, va considerato uno dei più clamorosi fallimenti nella storia del pop-rock.
Uscì poco dopo S.F. Sorrow dei Pretty Things, che nei sacri testi del rock viene indicato come il primo vero e proprio concept album (anzi, meglio: la prima rock opera). A dire il vero sarà Arthur, nel ‘69, a dimostrare quanto i Kinks avessero recepito il messaggio dei concittadini, ricalcando del Sorrow la progressione narrativa tra le canzoni (e ricordandone vagamente la trama), mentre Village Green è più una raccolta di sketch, un mosaico che compone l’immagine assieme nostalgica e ironica di un tempo, anzi di una dimensione perduta, ovvero la vecchia Inghilterra con le sue tradizioni, i valori, i colori languidi, i ritmi dilatati. Eppure, mentre fa questo si fa anche beffe di questo, della nostalgia autocompiaciuta di chi vede solo catastrofe nei rivolgimenti febbrili del “decennio veloce”.
C’è insomma un’ambiguità di fondo che innerva ogni pezzo e si propone come una chiave di lettura sfuggente, una chiave che c’è ma non capisci bene dove intenda posizionarsi. Non lo capì senz’altro il pubblico, che non si fiondò certo a comprarlo (nel breve periodo non andò oltre la miseria di 100.000 copie in tutto il mondo, nulla rispetto alle performance milionarie – per dire – dei Beatles). A proposito di scarafaggi: quel 22 novembre 1968, come tutti sanno, uscì il White Album, perciò si usa pensare abbastanza automaticamente che la luce incandescente e sfaccettata di quello oscurò quella più in filigrana del Village Green. Probabilmente andò anche così. Del resto, quei Fab Four, anche se in fase terminale, rappresentavano ancora la vetta in ambito pop-rock, e il White Album – che pure sconfessava di brutto il senso di organicità e progettualità del Sgt. Pepper (recentemente Federico Fiumani in un post su FB ha definito il doppio bianco beatlesiano come «un involontario concept sulla pazzia»: niente male, no?) – arrivò sul mercato come una slavina di proporzioni devastanti.
C’era poi molto altro in giro: solo nelle ultime settimane avevano visto la luce Crown Of Creation dei Jefferson Airplane, l’omonimo dei Traffic ed Electric Ladyland di Hendrix, mentre la Band e i Byrds si preoccupavano sì di riportare alla luce le radici, ma riarticolandole in un discorso ben innestato nel presente, in un certo senso sempre e comunque progressivo. Village Green sembrava proporsi una missione sensibilmente diversa: puntava a un pubblico in grado di comprendere la necessità dei suoni più attuali ma anche di allungare lo sguardo oltre le contingenze, di fermarsi a riflettere per proseguire meglio, di modulare l’ironia e la nostalgia, la rivoluzione e la conservazione, di elaborare insomma messaggi anche molto controversi. Mica facile.
Forse però l’aspetto più insolito di questo disco è un altro: i Kinks, e in particolare il loro autore pressoché unico Ray Davies, erano una macchina da singoli straordinaria. I cinque album pubblicati tra il ‘64 e il ‘67 avevano ottenuto ottimi risultati al botteghino, ma a fare sfracelli – soprattutto in inghilterra – furono 45 giri strepitosi come You Really Got Me e All Day And All Of The Night (col loro riff hard rock già definitivo), la languiderrima Tired Of Waiting For You, e ancora Sunny Afternoon, Set Me Free, Till The End Of The Day, la non meno che meravigliosa Waterloo Sunset, eccetera. Scegliere una formula come quella di Village Green significò lasciarsi alle spalle una prassi funzionante e remunerativa (a parte il mezzo flop del precedente Something Else By The Kinks). Ma, ed è questo il bello, Village Green rinuncia solo sulla carta all’immediatezza. Chiede, è vero, di considerare i pezzi come parte di un tutto, tessere di un mosaico come abbiamo detto, ma oltrepassata questa soglia ogni canzone vive di vita propria e lo fa benissimo: quasi tutte sono potenziali singoli in un mondo di ascoltatori disposti a compiere un piccolo passo in questa dimensione. In altre parole, un Davies già in possesso del tocco magico (furono ben sette i singoli kinksiani finiti sul podio in UK nel giro di quattro anni) immaginò un pubblico più attento e maturo, e concepì per esso l’album migliore possibile. Un carosello di stili e inflessioni e mutazioni, dove il music hall e la psichedelia banchettano fianco a fianco, dove marcette bandistiche improvvisamente squadernano il pop più onirico, dove convivono strettamente intrecciati il ghigno acido e il siparietto sardonico, la speculazione cosmica e i ragli folk.
Soprattutto, in ogni pezzo cogli il lampo del genio e dopo dieci, cento ascolti stai sempre lì a chiederti “e adesso cosa succede?”, senza mai smettere di sapere lucidamente dove sei. In un certo senso è un concept che scardina il concetto stesso di concept, lo utilizza per dimostrare quanto ogni formula sia destinata a rimanere sullo sfondo quando una visione lucida e ispirata (persino sconsiderata o se preferite folle, nella sua lucidità) prende il controllo e si permette di andare oltre la pianificazione, oltre le aspettative. Prendi le canzoni singolarmente, le ascolti e loro stanno lì, in piedi come trottole sibilanti e multicolori, coi loro dettagli sbalorditivi: l’intro chitarristico altezza otto miglia di Big Sky, il mellotron struggente (suonato da Nicky Hopkins!) di Starstruck, la piega indolenzita del ritornello di Animal Farm, il martellare contagioso di Picture Book e quello frenetico di People Take Pictures of Each Other, l’impiastro di ruggine e rimpianto in Johnny Thunder e Do You Remember Walter?, per non dire ovviamente della fierezza assieme garrula e malinconica della title track. Come disse a suo tempo Graham Coxon – uno che ogni mattina al risveglio dovrebbe ringraziare una divinità a caso per l’esistenza di Village Green, e forse lo fa – «questa band è talmente fantastica che non riesco a scegliere un solo brano». Senza contare che poi il singolo arrivò davvero, era Days, non incluso nella tracklist originale UK e poi invece inserito eccome nelle edizioni internazionali, capace di guadagnarsi un buon dodicesimo posto ma ormai fuori tempo massimo per sollevare le sorti commerciali dell’album.
La presente Super Deluxe Edition – che nella sua versione più estesa tra vinili e CD conta ben 174 tracce – offre una panoramica credo definitiva su questo, ebbene sì, capolavoro, con sessioni, missaggi alternativi, demo, live eccetera, e col valore aggiunto di una Time Song inedita, suggello a passo di valzer conosciuto solo per essere stata eseguito dal vivo nel 1973 col titolo di The Common Market (per celebrare appunto l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE) però mai inciso su supporto fisico, pezzo più che apprezzabile col suo abbandono suadente e ipnotico. Molto bella anche la Village Green Suite con la danese DR Symphony & Vocal Ensemble, che se possibile valorizza ulteriormente le qualità armoniche e melodiche dei brani. Tutto il resto è immersione tra pieghe e risvolti, una processione vertiginosa di intuizioni formidabili.
In conclusione, per chi come il sottoscritto possiede la ristampa del 2004, questa uscita (sia nell’edizione in doppio CD che in veste di Box) rappresenta una tentazione forte. Chi invece avesse “solo” l’album in versione originale, può considerarla tranquillamente come una manna dal cielo. Tutti gli altri, si regolino di conseguenza.
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