Recensioni

Più solari che mai, i The Intelligence sfruttano il post punk che hanno sempre usato – che poi per molti versi è lo stesso a cui guardano i Liars – per virarlo in un quasi sistematico ritmo in levare garagista. Si potrebbe riassumere così Fake Surfers, disco fatto di molti picchi e qualche numero sottotono, ma in generale convincente sposalizio tra il surf e i gomiti sbucciati delle rumorose strutture angolari a cui il combo – ormai affezionato alla compagine In The Red – ci aveva abituato.
Sembra un cortocircuito California-Inghilterra che dà la miccia a Tower. Così come il ritmo sostenuto di Saint Bartolomeu (come di Universal Babysitter), se non fosse per i lamenti del synth, sembrerebbe da manuale metà Sessanta. Ma è il ritorno di fiamma dello stesso brano, dopo una pausa silenziosa, che dichiara poi una cosa importante: gli Intelligence stanno giocando, stanno esponendo, una volta per tutte, l’elemento ludico del loro fare musica. Il loro essere scanzonati punto. E tanto più interessante è questa caratteristica se in ballo sembrano esserci anche delle precise reminescenze Wire del periodo tra Pink Flag e 154 (centrato sulle loro Peel Sessions), a cui Fake Surfers fa pensare; come del resto a Swell Maps. In qualche modo i Novanta sono stati rimossi, la pietra angolare dei primi Fugazi anche, e rimane una filastrocca che potrebbe essere stata partorita da un emule di Barrett, ma molto meno talentuoso, e cotto di mainstream Sessanta, in Warm Transfers. Le coordinate dei sempre citati Nuggets non sono mai state un sottofondo taciuto nelle scuderie In The Red. A partire da quelle coordinate, però, ci sembra di poter dire che sono le deviazioni che riescono meglio alla band. Cosa che hanno sempre fatto. E che qui sono rappresentate da quei brani che “fanno” qualcosa di diverso (Fuck Eat Skull e Thank You God For Fix su tutti). Sono questi gli Intelligence che preferiamo. Perché capito l’andazzo riescono a farci comunque drizzare le orecchie.
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