Recensioni

6.9

Volendo cavarsela alla svelta, potresti definire il collettivo Herbaliser come “la risposta britannica ai Gang Starr”. A grandi linee l’operazione non è distantantissima: poggiare su scansioni ritmiche hip-hop sezioni di fiati vigorosamente improntate al jazz. Solo che qui gli ottoni – e gli archi discreti – non sono campionati ma suonati come del resto le basi, laddove DJ Ollie Teeba produce e si concede una manciata di buoni scratching; inoltre, il rap lascia spesso spazio a uno scintillante sixties soul guarnito da sapori pop stilosamente britannici, incursioni nella latinità (la superba Blackwater Drive punteggia di spagnoleggianti umori un’ondeggiante sensualità a base di clavinet) e un funk odoroso d’urbano asfalto (Clap Your Hands cavalca filmica traslocando il northern soul negli uffici della Stax).

Funziona tutto in quest’oliata cinquantina di minuti che passa e manco t’accorgi, perché gli arrangiamenti sono rotondi senza strafare, occhieggiano al passato ricordando che sul calendario c’è scritto “ 2008” (la favolosa Stranded On Earth, traccia senza dubbio migliore del lotto, è jazz spionistico in trip cosmico che si fa progressivamente largo tra morbidi velluti), la cantante Jessica Darling non sfigura e gli MC invitati per l’occasione sanno il fatto loro (fermatelo voi, More Or Les, quando allestisce uno scioglilingua sopra una fisarmonica sottratta a Little Italy). Infine, un groove kraut-funk funge da scenario per l’istantanea di vita quotidiana Street Karma, da far sentire a Neneh Cherry per riportala a casa.

Torna alla mente, per quanto concerne l’attitudine sintetica ed elegante e talune sonorità, quella felice stagione tra fine ’80 e primi ’90 in cui impazzava l’acid jazz e la Talkin’ Loud era l’etichetta del momento, e intanto la cosa trip hop – le cui “stonature” Herbaliser echeggia all’altezza di The Next Spot e nel brano omonimo – cresceva a tratteggiare inaudite prospettive, collocandosi tra passato e presente come nell’epoca attuale tocca per forza di cose fare. La differenza, ora come vent’anni fa, è data da chi sapientemente maneggia il talento. Same As It Never Was lo fa con classe più che bastante da eleggerlo “intelligent fun” d’inizio stagione nell'ambito stilistico di riferimento.

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