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7.5

Sono passati ben cinque anni da The Grey Malkin, secondo lavoro in studio di questo misterioso duo scozzese composto da Grey Malkin – nome che rievoca la creatura delle leggende scozzesi grimalkin, un gatto di origini sovrannaturali che scorrazza per l’altopiano – e dalla sua controparte femminile alla voce. Questo il cuore del progetto, due anime indissolubili che non disdegnano un’apertura verso collaborazioni con altri musicisti. Difficile se non impossibile definire con esattezza chi siano effettivamente i due artisti – la cui vera identità non è mai stata svelata – ed ancora più difficile è trovare una definizione per il genere da loro proposto, un connubio di folk, psichedelia, ambient, marzialismi medievali ed esoterici che mettono in musica soprattutto ballate tipiche della tradizione inglese, irlandese e scozzese.

Proprio da questa caratteristica si può partire per definire l’intento che sta alla base del progetto The Hare and The Moon: come lo stesso Grey Malkin ha dichiarato in una sua intervista per The Active Listener (webzine per la quale tra l’altro collabora come recensore), “l’intento è quello di rendere giustizia alle vecchie ballate e di donargli un background che rispecchi il soggetto trattato, il quale tende ad essere prettamente oscuro. Non voglio sentire versioni sdolcinate di queste ballate: non sono storielle allegre”. Su questo assunto vortica incessantemente il mondo dell’act scozzese, alla cui angelica ed eterea proposta vocale, narratrice seducente di ballate tradizionali, oppone composizioni oscure in bilico tra ambient, folk ed immaginario orrifico debitore verso i più disparati b-movie e serie televisive anni ’70, producendo una creatura musicale prorompente nella sua fredda semplicità fatta di lente ballate ritmate e chiaroscurali atmosfere evocative.

Wood Witch arriva dopo cinque anni di intenso lavoro da parte del duo, e sancisce definitivamente la presenza sempre più incisiva ed importante della formazione nel panorama sperimentale contemporaneo. Una sorta di tassello mancante nella “trilogia” a firma The Hare and The Moon, che porta su vette ancora più alte tutto il lavoro svolto in maniera più acerba con i due album precedenti. Si tratta di una vera opera magna, composta da sedici tracce e da quasi ottanta minuti di musica, all’interno della quale roteano le più svariate collaborazioni sia strumentali che vocali.

Nonostante la lunga durata, Wood Witch porta con sé un modus operandi ben preciso e di sicuro effetto, che ne snellisce notevolmente il materiale. L’intero album è scandito da lenti ritmi oscuri ed inquieti, sempre proposti attraverso il grave e viscerale contributo dei timpani – arma primaria del duo nelle sue peregrinazioni mistiche – o di fumose stasi ambient, sulla cui oscurità danzano i vocalizzi luminosi ed aggraziati della controparte femminile, un dualismo che di per sé si fa perfetto latore del messaggio che sta alla base del progetto: quello di far cozzare l’innocente spensieratezza delle Child Ballads – raccolta di ballate popolari proveniente dall’Inghilterra e dalla Scozia messe assieme da Frances James Child nella seconda metà del diciannovesimo secolo e dalle quale Grey attinge regolarmente per i suoi testi – con la loro vera natura oscura ed inquietante, un possente affresco chiaroscurale vivido e mai così coinvolgente, complici anche una migliorata qualità di registrazione rispetto agli album precedenti ed una serie di collaborazioni sopraffine che aggiungono mordente all’insieme.

E’ questa la formula vincente di Wood Witch, che nelle sue dicotomie tra sogno e incubo, ipnosi mistiche ed acidi schiaffi chitarristici messi sempre a conclusione dei diversi episodi, atmosfere eteree contaminate da altre più inquiete ed ombrose, mette in scena un teatrino favolistico dalle tinte dark, una raccolta di fiabe oscure che vanta pezzi coinvolgenti e di ottima fattura. Brani come la splendida Reynardine, danza fatata a due tra il malinconico violoncello di Marie Beaunom e la dolce e leggiadra voce femminea che ci narra di questa creatura volpe/licantropo che attira a sé le belle fanciulle e le porta poi al suo castello. Ad acuminare i picchi delle atmosfere eteree pensa anche l’e-bow di Wim Lankriel. Una ventata di novità, in termini di scrittura, arriva in particolare con due pezzi, ovvero The Wife Of Usher’s Well e The Willow Tree. Nella prima è il membro del progetto sperimentale di Manchester God’s Little Eskimo a prestare la voce, in una traccia dalle tinte dark quasi cabarettistiche, dove il cantato caldo e profondo si mescola alle note gravi del pianoforte a creare un unico, intenso vibrato malinconico. La fine viene sempre sancita da ipnotiche esplosioni percussive, caustiche chitarre e voci soprannaturali, come succede in molti altri episodi del disco. Nella seconda è invece Tony Wakeford a dare il suo contributo, in un perfetto connubio con gli echi di piano ed i respiri ambient.

La crociata dell’act scozzese nel voler mettere in musica la tradizione folkloristica e letteraria della Vecchia Albione (nell’album sono musicati anche testi di William Blake, Ralph Vaughan Williams e Jhon Masefield) trova in Wood Witch la sua prova più riuscita e coinvolgente, capace di inquietare, far sognare e narrare storie oscure in un’intricata quanto semplice proposta che risuona di melodie orrifiche, luminescenze ambient e psichedelia.  Un’opera magna che risuonerà a lungo nella vostra memoria.

 

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