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7.5

Ensemble eterogeneo proveniente dal Minnesota, i Blood and Sun debuttano ufficialmente sulla lunga distanza con questo White Storms Fall, preceduto da un esordio su tape autoprodotta limitata a 100 esemplari e risalente al 2011, contenente versioni più crude e polverose di alcuni dei principali episodi del suo successore (Our Merciless Master, diventata poi Merciless Master sull’LP, la futura title track White Storms Fall e la splendida chiosa Slaughter The Istant). Versioni acerbe e cupe, ma che già mettono in luce l’approccio musicale di questo progetto che fa delle sonorità pagan folk di matrice europea il suo biglietto da visita. Ufficialmente realizzato nel novembre del 2013, White Storms Fall viene stampato solo nel giugno 2014 con una pregiata confezione gatefold contenente il vinile da 200 grammi, i testi, il CD dell’album ed una selezione di opere d’arte dell’artista Luke Hillestad (provenienti dalla raccolta “Heritage”). A prendere sotto la sua ala il progetto, la californiana Pesanta Urfolk che nel suo roster annovera grandi act del panorama neofolk e neo-industrial della scena europea come Àrnica, Fire + Ice, Kinit Her, Lux Interna, Trepaneringsritualen, Allerseelen.

Collettivo capitanato da Luke Tromiczak (già membro della black metal band Maledicere), i Blood and Sun concentrano la propria bravura musicale sulla rievocazione del passato della propria gente e della propria terra, quella che un tempo veniva denominata Appalachia, regione che si espande dalla parte meridionale dello Stato di New York fino a toccare la parte settentrionale dell’Alabama e della Georgia. Vero crogiolo di culture differenti provenienti da ogni parte d’Europa, la terra degli avi di Tromiczak e compagni venne presto abitata da coloni provenienti soprattutto dall’Inghilterra, dall’Irlanda e dalla Germania. Come in un doveroso tributo a queste popolazioni, il folk dei Blood and Sun è intinto sia nel paganesimo, per quanto riguarda le tematiche trattate, sia in musicalità prettamente irish, grazie anche al vitale contributo del violino di Thomas Ashe, il cristallino scalpiccio del dulcimer a percussione di Tanner Anderson e le percussioni di Erik Wivinus, tutti musicisti già attivi in altri collettivi qui riunitisi per una causa più alta. A coronare il tutto, l’anima femminile del complesso, Angela McJunkin, che si occupa di far vibrare il violoncello.

Il ritmo dell’album è ben scandito da una serie di episodi sonori della durata di pochi secondi che accompagnano l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio nel tempo volto a riprodurre attimi di vita passata delle popolazioni indigene della terra d’Appalchia: l’opening Hewn, che ricorda il ritmico incedere della forgia di un fabbro, qui prodotto dal contatto delle labbra con il microfono, Fell, con la sua colata di fuoco, o Feast, che invece propone sussurri velati. E poi ancora Culling, che fa da intro alla title track successiva, ed infine Adieu, dove un triste violino lentamente si perde tra i rumori di flutti, mentre una voce recita in francese un addio alla propria terra natia, degno intermezzo che introduce poi lo splendido trittico finale. Guardando alle prove di durata più lunga, si ha la conferma di quanto detto in precedenza sulle diverse influenze che la band mette magistralmente in musica: Merciless Master vibra e risplende di accordi e vocalità apocalittici, impreziositi da lunghi ghirigori di violino, campionamenti percussivi e cristallini girotondi di dulcimer (triade invincibile che si fa perno di ognuna delle successive proposte); in Veiled Lady si trovano sonorità tipicamente europee, pagan folk della miglior forgia e fattura che, alla solita strumentazione sulla quale tutto avanza spavaldo, aggiunge anche un contributo femminile, grazie alla voce di Kamela Lise; Lord of the Spring vibra di riferimenti alla musica irish (una ballata in punta di violino e dulcimer), irrorandosi successivamente di tonalità più cupe grazie al cantato, mentre la title track propone scelte stilistiche altalenanti e ingannatorie, in un oscuro alternarsi tra allegri svolazzi di violino e repentini cambi di tonalità che tutto fanno appassire.

Il pezzo più affine all’anima stessa del progetto e ai suoi intenti di rievocazione del glorioso passato della propria terra è invece Cedar Smoke, che nel cantato sciamanico e nel melanconico duello tra dulcimer e violino racchiude atmosfere e visioni di popolazioni perdute e di terre oramai spogliate del proprio passato, che rivive però grazie al sentito tributo del progetto. Come triade conclusiva troviamo invece Keen, Tides e Slaughter The Instant: le prime due inneggiano ad un folk più psichedelico, come quello di certi gruppi cascadici sempre provenienti dal suolo americano, dove la lenta marcia percussiva e il cantato onirico formano una nenia ipnotica che fa da apripista all’episodio più alto e commovente dell’intero album. Slaughter The Istant è una chiosa perfetta, sentita e straordinariamente potente, vibrante di intensità emotiva che traspare dal cantato avvolgente, dalle gravi e malinconiche tonalità apocalittiche e dall’esplosione cristallina del dulcimer dentro la quale si innestano le elucubrazioni del violino.

Un saluto affettuoso e ricco di pathos per un album davvero ben riuscito, con il quale i Blood and Sun riescono a tenere alto il baluardo di un pagan folk di matrice europea trapiantato egregiamente in terra americana. Un sentito tributo a quelle che sono le radici stesse di una terra che altro non è se non una piccola Europa d’oltreoceano, bisognosa di cantori ed estimatori che ne continuino a perorare le gesta passate.

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