Recensioni

6.9

Piccoli “chicanos” innamorati dei Sessanta crescono. Avevamo lasciato gli Hacienda a un’esordio esemplare, nel senso che delle opere prime possedeva la voglia di dire mentre mostrava il lavoro da fare e sulla scrittura in primis. Fa dunque piacere ritrovarli un anno e mezzo dopo maturati nell’approccio e tuttora convinti che non sia uscito nulla di davvero rilevante dopo il 1966. Piace, la loro rivisitazione garagista della solarità melodica dei Beach Boys (Younger Days, Hound Dog), e lo stesso dicasi per i gradevoli quadretti di taglio “roots” e fifties e gli omaggi plateali al Sir Douglas Quintet.

E’ soprattutto in questi ultimi, e nella produzione studiata al millimetro per proporsi – controsenso oggi forse inevitabile – ruvida e spontanea, che risalta il ruolo del Dan Auerbach confermato alla regia. Mossa assennata per una competenza in materia che è fuori discussione e della sagacia nel pilotare i ragazzi verso il traguardo, per quanto il fiato corto non sia scomparso del tutto (ecco un riempitivo strumentale qui e un brano col pilota automatico là, alcune tortuosità compositive e la penna discontinua). Sono nondimeno episodi belli e sinceramente artigianali come il Phil Spector livido di You’re My Girl, la giostrina malinconica in abiti da valzer Got To Get Back Home, una bizzarra ma timida Prisoner a indicare potenzialità di vaglia. Sapranno spiccare il balzo, al prossimo giro?

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