Recensioni

6.3

Di fronte alla terza prova di questo trio di Brisbane verrebbe quasi voglia di copiare e incollare la recensione del loro disco di esordio, firmata Diego Ballani, che trovate sul nostro sito. Già allora, i riferimenti e le capacità erano tutti lì in bella mostra: jangle pop sbilenco, testi adolescenziali che parlano di quotidianità (niente di catartico, ma proprio stream of consciousness senza pretese), riferimenti belli precisi alle sonorità tra metà anni Ottanta e i primissimi Novanta. Insomma, dei Beat Happening from Down Under, con un’ascendenza nobile (il pseudo frontman Luois Forster è figlio di Robert dei disciolti Go-Betweens) a cui guardano con la giusta distanza e una spiccata passione per twee e bubblegum pop.

Rispetto ad allora, dopo che Matador li ha voluti per sé, si è aggiunto un tentativo di aggiungere quel tanto di wave che mancava. Ne è un esempio Desire, uno dei brani più riusciti del disco, che però non riesce a smarcarsi da una calligrafia di stampo Cocteau Twins. Non a caso, infatti, è uno di quelli affidati alla voce dell’unica componente femminile, Riley Jones. Non è bastato per Foster trasferirsi per un po’ a Berlino, né registrare il tutto a Bristol da Geoff Barrow. Non è nemmeno tanto servito l’apporto di un produttore di peso come John Parish.

Non che il disco non faccia quello che deve fare, ovvero fornire una decina di brani sghembi e orecchiabili a un pubblico di loro coetanei (ventenni?) in fissa con l’indie dei Novanta e degli Ottanta. Ma forse, visto il dispiegamento di energie e risorse, complice anche una press release che parlava di ricominciare daccapo su coordinate nuove, forse era lecito aspettarsi di più.

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