Recensioni

L’avevamo un po’ persa di vista, dopo che quasi vent’anni fa ne avevamo intercettato un disco su queste colonne. Era il 2008 e l’album si intitolava Opulence. Da allora, Mary Halvorson non è stata ferma un minuto, lavorando con formazioni molto diverse tra loro: il duo con la virtuosa del piano Sylvie Courvoisier, il trio Thumbscrew e band più ampie come Code Girl. A quest’ultima categoria appartiene anche l’Amaryllis Sextet, con cui sale sul palco dell’Auditorium Unipol di Bologna portandosi la fida chitarra e la borsetta, come se fosse un’ordinaria giornata d’ufficio.
Appena le luci si abbassano, però, da questa musicista dallo sguardo timido e dai colleghi che la seguono con grande affiatamento sgorga un flusso sonoro che si è abbeverato a fonti molto diverse, senza steccati storici o di genere: è un’idea di musica che segue primariamente le idee e asseconda poco o nulla mode e tendenze. La band presenta molto del materiale più recente, quello contenuto nell’album About Ghosts (2025), scritto originariamente per una formazione che comprendeva anche sax tenore e contralto, e che qui viene proposto adattato alla formazione classica dell’Amaryllis: oltre alla chitarra di Halvorson, sostenuta da mille pedali ed effetti, Patricia Brennan al vibrafono, una sezione ritmica composta dal collaboratore di lunga data Tomas Fujiwara (batteria) e dal contrabbasso di Nick Dunston, e una sezione di fiati che comprende Adam O’Farrill (tromba) e Jacob Garchik (trombone).
Come da tradizione per le formazioni di Halvorson, c’è un amalgama davvero unico tra le parti più scritte della sua musica e lo spazio che lascia per le improvvisazioni dei singoli musicisti, tanto che durante il concerto gli applausi a scena aperta tipici del jazz sono talvolta limitati: il pubblico non è sicuro di aver assistito al momento virtuosistico individuale o a un passaggio della composizione. Molti brani cominciano come se la band fosse – appropriatamente – alla ricerca di fantasmi: si parte da micro nuclei musicali che sembrano provenire da mondi diversi e che poi, invece, trovano la coesione di un corpo sonoro coerente e unito. Succede che un brano venga anticipato da una lunga improvvisazione al contrabbasso basata su un violento groove che ricorda – in maniera un po’ paradossale – la musica di Colin Stetson. Oppure succede che un solo di Fujiwara sia accompagnato non da Dunston, ma dal vibrafono di Brennan. Come ha spiegato più volte Halvorson in varie interviste, non ci sono regole nella sua musica: si fa ciò che serve per ottenere il massimo dai brani.
Un discorso a parte meriterebbe il citazionismo, come quando in Amaranthine la tromba cita My Ideal di Bing Crosby. Così capita che le sinapsi del nostro cervello siano costantemente sollecitate per provare a rispondere alla domanda “ma dove l’ho già sentito questo passaggio?”. È la consapevolezza di essere figlia, la Halvorson, di una storia musicale lunga, che si innerva nella musica che lei oggi compone. Non è tanto, quindi, uno sfoggio di bravura fine a se stesso, ma un senso profondo di appartenenza. Succede nell’atmosfera sixties creata in Carved From: come già su disco, non sembra di essere di fronte a un uso smaliziato della nostalgia, ma alla consapevolezza che nel mondo di oggi la storia si schiaccia su un eterno presente. Troviamo così echi di Wayne Shorter e momenti che rimandano al Rob Mazurek da big band, suggestioni di flamenco e country, scale pentatonali che richiamano l’oriente. Non ci stupiremmo se qualcuno ci dicesse di averci sentito dentro tutto il mondo, tanto è ampio l’orizzonte sonoro che finisce in ogni brano.
D’altronde lo si sapeva fin dai suoi esordi, un quarto di secolo fa: Mary Halvorson ha un linguaggio tutto suo, fatto di personalissime interpretazioni ma di universale bellezza intrinseca. Il live bolognese lo ha confermato.
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