Recensioni

3.5

Dopo il glam-pop di plastica di Welcome To The Monkey House, riecco gli ineffabili Dandy Warhols da Portland, che i più ricorderanno per quella Bohemian Like You che qualche anno fa regalò loro i warholiani (toh!) quindici minuti di fama grazie a un noto spot televisivo. Ringalluzziti dall’esperienza del film-documentario DiG!, presentato al Sundance Film Festival dell’anno scorso, mettono da parte lustrini, paillettes e lo spirito effimero degli eighties per dare una virata al loro suono, abbracciando alcune velleità sperimentali.

Non che nel garage rock di palese matrice stonesiana dei dischi precedenti ci fosse qualcosa di sbagliato (quando non sfornavano cose imbarazzanti come il già citato Monkey House): era anzi ideale per le sfilate di moda e le esposizioni degli artisti più cool del loro ambiente (e non è un caso che tra gli estimatori del gruppo ci sia il signor David Bowie); insomma, i Dandy Warhols erano perfetti a fare i Dandy Warhols: quattro hipster con un’inequivocabile attitudine arty, che sanno esattamente cosa è cool e cosa non lo è.

Venendo al sodo, con questo disco Courtney Taylor-Taylor e soci hanno fatto il proverbiale passo più lungo della gamba. Odditoriumor Warlord Of Mars raccoglie una serie di “stranezze” intervallate da episodi nel consolidato stile della band: accanto a usuali amenità simil-Stones come All The Money Or The Simple Life Honey o Smoke It, su tutto spiccano tre lunghissimi brani (durata media dieci minuti) farciti di atmosfere kraut e space, con ampi spazi per drones, noise assortiti e alcuni inserti free di tromba. Sulla carta non sarebbe neanche malaccio ma, francamente,i Warhols in veste psichedelica non convincono granché.

La sgradevole impressione, nonostante una certa auto-ironia, è quella di cercare di darsi un tono, di voler mostrare a tutti i costi della sostanza aldilà dell’apparenza, quando invece la consistenza dei brani è quasi inesistente: a parte la melodia di There Is Only Time, in odore di Eno, e altre cosucce (Everyone’s Totally Insane, una ripresa delle sonorità synth pop del lavoro del 2003, o la scanzonata The New Country), resta davvero poco.

Non si tratta di processo alle intenzioni: questo disco è semplicemente noioso (diremmo inutile, ma ci sembra un po’ troppo. O forse no).

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