Recensioni

Il difficile terzo album, il fatidico terzo album. Lost and Safe ci consegna una band in transito, sospesi in una misticanza di palpitazioni diafane e calligrafie frementi, di spazi nuovi e fruste reiterazioni, di prospettiva e resa. Intendiamoci, i Books sono ancora in forma, forse mai tanto padroni – non solo tecnicamente – di strumenti e modi espressivi. Eppure sembrano cogliere nell’aria una mutazione che li rende già oltrepassati, un presentimento a cui cedono di schianto inscenando una sorta di auto-dissolvenza. Da cui l’inerzia, la rassegnazione annidata nel profondo di questi bozzetti, dall’iniziale A Little Longing Goes Away (chitarra acustica, percussioni e voce catturati da riverberi, fischi e ronzii, per una ballata lenta come un corteo funebre nella luce bianca abbacinante) alla dimessa If Not Now, Whenever (chincaglierie ritmiche, squilli di telefono, trama di chitarre acustiche e tastiere, squarci di folk blues vaporoso come a volte i Gomez).
La folktronica, che in loro ha trovato tra i primi e i più esaurienti cantori, non è più setaccio adeguato per le sempre più sottili pagliuzze prodotte dall’attrito tra realtà e percezione. Perché non c’è realtà che non sia anche irrealtà. Ormai l’organico sperimenta ad ogni istante di ogni giorno il compromesso – la collusione/collisione – con l’artificiale, il virtuale. Il peggio è passato, ed è dentro di noi. La post-realtà è solo un’altra realtà: questa realtà. Perciò, conclusa la metamorfosi effervescente annunciata/denunciata dal glitch-pop/folktronica, gli strumenti d’indagine tornano alla base, tornano basilari. La melodia è un corpo che riemerge, una polpa che pian piano riprende a coprire i cari vecchi scheletri, senza scordare di quando un giorno morì la fede nelle possibilità, nelle prospettive, nella semplice consolazione del pop-rock.
Ecco infatti il ritorno a modi e strutture analizzabili con criteri e paragoni “standard”. Senza tema diciamo dunque che Smells Like Content è un trepido folk come potrebbe partorire il Dave Matthews dei bei tempi, seppur ipnotizzato dai Beta Band e segregato tra uccelli esotici e stranite ritmiche percussivo-digitali. E ancora, il reggae-funk serico e teso di None But Shining Hours sembra il frutto di Kings Of Convenience androidi, mentre Vogt Dig For Kloppervok trasuda la solennità world-pop del Peter Gabriel periodo So attraverso e malgrado tutto il campionario d’astrazioni e rifrazioni, tramestio di palline di plastica e droni frastagliati, intercettazioni telefoniche e vocoder triturato. E’ un passaggio importante, duro, difficile. A cui Zammuto e De Jong – inevitabilmente – pagano pegno. Difatti le meraviglie soniche di Be Good To Them Always (scoppiettii e sciabordio, i Talking Heads impagliati, frusti afro beat tra le sinapsi inesorabili di Laurie Anderson) e It Never Changes To Stop (col banjo squillante, l’enfasi brumosa degli archi, l’aspro found voices) finiscono col sembrare sordi anacronismi: preoccupati innanzitutto di adempiere i dettami della “vecchia” formula, implodono, l’incanto smorzato sul nascere.
Ne risulta una scaletta meno efficace rispetto ai lavori precedenti, mimetizzata nel proprio stesso sapersi inessenziale, innocua (quasi) rispetto al mondo su cui posa lo sguardo. Tuttavia, l’album in se è buono: se solo non fosse per quel retrogusto di strisciante amarezza, di rimpianto sottopelle. Per quel veleno di sconfitta.
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