Recensioni

Is The Big Pink the Next Big Thing? La risposta è no. Però è abbastanza interessante il modo in cui Milo Cordell e Robbie Furze, ovvero The Big Pink, ci provino.
La prima mossa è mettere in chiaro tutte le carte: la produzione innanzitutto, che fa sfoggio di sé con risultati apprezzabili, vedi soprattutto Too Young To Love. Lì dietro si nasconde l’insidia, quando la gran quantità di escamotage di raffinamento produttivo/arrangiativo non riesce a dissimulare la scarsità di alcune melodie, che del resto sono le vere protagoniste dell’album, una su tutte quella di Dominos. In generale A Brief History Of Love è un album di pop tecnologico tirato a lucido, dove si possono isolare tecniche Interpol-iane (del basso soprattutto), suoni non distanti da Trent Reznor, un’atmosfera cyber abbastanza diffusa (i due si sono conosciuti a un rave e hanno fatto da opener per Alec Empire) e un piglio da Black Rebel.
Il mix crea manciate di secondi esaltanti (Frisk), e si capisce che l’obiettivo immanente dei brani è fare dell’oscurità e della decadenza uomo-macchinica non un esercizio fine a se stesso ma un punto di partenza per la costruzione melodica. E, ancora una volta, eccolo il vero problema. Ciò che dovrebbe reggere il passaggio finisce quasi sempre per rovinare con scimmiottamenti da fine Ottanta quello che la costruzione musicale e l’innesto della produzione hanno messo in scena per ogni brano (Golden Pendulum).
Se la storia si facesse coi se e coi ma, avremmo preferito un gioco di contrasti più accentuati. Una voce che davvero si ergesse con personalità e senza ovvietà sul resto. Un contrasto tra idillio e condanna. Anche senza se e senza ma, è la finale Countbackwards From Ten, e ancora prima la title-track, che ci suggeriscono questa riflessione; specie quest’ultima, con una voce femminile che affiora ad accompagnare quella maschile, un’incrinatura che però si basa su un andamento da ballata pop standard. Con un ma senza se, constatiamo che sono episodi isolati. Peccato.
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