Recensioni
The Art Of Noise
(Who's Afraid of) the Art of Noise?
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Andrea C. Soncini
- 28 Dicembre 2023

Al 1° aprile 1984, April Fool’s Day, i primi 20 posti della classifica degli album più venduti in UK consta di un mix che annovera nomi consolidati e rappresentanti delle tendenze più recenti. Per i primi si va dagli americani Lionel Richie (n. 1), Michael Jackson (n. 4 e n. 16) e Billy Joel (n. 5), ai beniamini di casa Dire Straits (n. 7), Queen (n. 15) ed Elaine Paige (n. 20). Gli altri si dividono in due categorie. Gli “ortodossi” Style Council (n. 8), Culture Club (n. 9), Smiths (n. 12), Simple Minds (n. 14), UB40 (n. 17), Marillion (n. 18), U2 (n. 19); e gli alfieri del synth pop: solitamente un frontman e un “macchinista” al synth, e casomai pochi altri di contorno non troppo influenti: Howard Jones (che fa ogni cosa da solo al n. 2), Thompson Twins (n. 6), Nik Kershaw (n. 11), Eurythmics (n. 13). In mezzo a questa cornucopia di usato, seminuovo e nuovo, che nella diversità condivide molti punti di contatto e offre uno spettro dei gusti alquanto “democratico”, il 7 aprile 1984 esordiscono gli Art Of Noise, il cui singolo di assaggio Beat Box (Diversion One), quasi totalmente ignorato, si ferma al n. 92. La cosa non sorprende, data la fisionomia della band.
Non solo gli Art Of Noise non hanno front man, ma nessuno di loro ci mette la faccia: cioè non si prendono la responsabilità di essere convenzionali. Il 7 dicembre 1984, a Who’s Afraid Of The Art Of Noise già uscito (il 19 giugno), la band si presenta negli studi di The Tube, trasmissione musicale del primo canale della BBC, mascherati o pesantemente truccati, e vestiti da pierrot. Sono belli o brutti, chi lo sa? L’acconciatura che a quei tempi è un must per loro è un mist(ero). Il look tutto sommato più inquietante che rassicurante. Sono circondati da tastiere. Fairlight CMI su tutti: la new sensation in fatto di avori. Arriva dall’Australia e la importa Peter Gabriel – che sarà tra i primi a usarlo, così come Kate Bush – in società col cugino. L’avveniristico Fairlight, sormontato da un display che ne fa una specie di plancia da astronave, permette di registrare qualunque suono – noise compresi – per restituirlo al mondo attraverso la tastiera come si trattasse di note. Le possibilità, per chi ha voglia di estendere i confini, si allargano a dismisura.
Lo stesso Gabriel ne fa un uso ornativo, lo adopera come la ciliegina sulla torta cucinata con strumentazione ortodossa; mentre gli Art Of Noise si spingono ai limiti: i “campioni” sono i mattoni della loro architettura sonora, la torta la cui ciliegina casomai è la tastiera del musicista della porta accanto che fa capolino. Un piatto di nouvelle-cuisine sonora preparata con ricetta dada-futurista, in sintonia con l’immagine a sua volta in accordo al programma solo vagheggiato che echeggia, con astuta non-calanche, tra le pieghe del nome stesso della band: Art Of Noise altro non è che la traduzione dall’italiano (evviva!) del manifesto futurista di Luigi Russolo intitolato L’arte dei rumori risalente al 1913. Battesimo avvenuto su input di Paul Morley, ex giornalista del New Musical Express (ma non solo) che per gli Art Of Noise funge da membro esterno e sorta di guida (mal sopportata): “Per tutti gli anni Ottanta, con me nel gruppo e poi fuori dal gruppo, inventando la loro realtà e poi non inventandola, il gruppo ha oscillato tra il progetto di arte concettuale, i pionieri dell’hip-hop, il gruppo di novità slabbrate e lo stanco gruppo di session muso rock”, ha detto.
Insieme a lui, dietro le quinte, agisce Trevor Horn, col quale ha fondato (compresa Jill Sinclair e il fratello Gary Langan) la Zang Tumb Tuum, etichetta discografica altrettanto futurista nella nomenclatura (da Filippo Marinetti). Gli effettivi sul campo, invece, quelli che escono dallo studio per mostrarsi al mondo senza svelare l’identità, sono la tastierista Anne Dudley, e Gary Langan e J. J. Jeczalik, esperti di elettronica dai molteplici talenti (dalla produzione alla esecuzione).
Come descritto da Morley, che mette le parole per una band che esegue musica che di parole non ha bisogno, gli Art Of Noise sono un “gruppo di studio” sfuggente (nulla a che con la band in fase di registrazione, ma inteso come grumo di studiosi) in viaggio per raccogliere suoni e rumori più di note. Poi fondono, rielaborano, limano, saldano, mixano, quello che hanno trovato. Ne deriva un modello nuovo cui però non aderiscono simbioticamente: se i Kraftwerk, in laboratorio, provano la genesi del man-machine, l’uomo- macchina che è tutt’uno, gli Art Of Noise tendono, nella loro officina, ad avere congegno da assoggettare ai propri voleri, inventando un linguaggio comune per dialogare e meglio ottenere il personale scopo. In Beat Box (Diversion One), infatti, il brano eseguito a The Tube – l’unico, in fin dei conti, a non nascondere trappole, nelle infinite pieghe di un album che è un budello più oscuro di quanto appaia in prima analisi –, in Beat Box (Diversion One), mentre le macchine stantuffano come vaporiere ipertecnologiche, il trio mascherato istiga il pubblico al ballo, la più antica e tribale delle manifestazioni collettive; quando il quartetto di Düsseldorf è statico, come le vene fossero inondate da liquido refrigerante.
Quelle degli Art Of Noise sono macchine “calde”: hanno un respiro, battito cardiaco, voci. Ma se riescono a fare ballare, vale anche Close (To The Edit), il più delle volte sono assordanti e farneticanti: A Time For Fear (Who’s Afraid), o inquietanti e frenetiche come in Who’s Afraid (Of The Art Of Noise). Sanno generare incubi, e forse viverli: Memento è un frammento perfetto per un film della Hammer, How To Kill il resoconto in note della seduta psicanalitica di un compositore coi nervi a pezzi, Realization il centro di un labirinto senza indizi per l’uscita, Snapshot la musica per un gioco elettronico deviato mai messo in produzione (che con tutti gli “Who” che circolano tra i titoli gioca beffardamente con la band di Pete Townshend citando Quadrophenia).
Perfino Moments In Love è fallata di uno sfregio che ne intacca la supposta celestialità. Insieme a Beat Box (Diversion One) e Close (To The Edit) – che moltiplica un sample dell’accensione della VW Golf di un vicino – è il brano che ha trascinato il disco. Campionato, usato all’interno di colonne sonore per film, spot pubblicitari e tanto altro, Madonna lo ha fatto trasmettere il 16 agosto 1985 mentre si dirigeva all’altare, quando stava per dire “sì” a Sean Penn. Momenti in amore che sono durati solo quattro anni. Anche se non dovrebbe essere colpa degli Art Of Noise: se non si sa di altre relazioni finite per causa di Moments In Love, le cronache raccontano di come l’attore e regista americano non è esattamente il più malleabile dei compagni. Ammesso che la ex miss Ciccone sia da meno.
Dopo lungo e seduttivo serpeggiare tra sintetici sospiri e onirico dettagliare, dopo quasi sette minuti Moments In Love è scosso da un sussulto che spezza lo stato di ipnosi indotta, per poi rimettersi in carreggiata e ripristinare il mellifluo passo della prima parte. L’intera brano potrebbe essere il resoconto in musica di un amplesso amoroso con tanto di orgasmo. Ma fondamentalmente resta un pozzo, magneticamente attraente come pochi, dentro il quale lasciarsi cadere. E a 10’16” (o 17”, c’è sempre discrepanza tra le fonti) vedere con cosa – in quale stato d’animo – se ne riemerge.
Un azzardo, quello degli Art Of Noise – intendendo la sfacciataggine del guanto di sfida – che non durerà molto. Le frizioni tra Morley e gli altri diverranno insanabili per lungo tempo. I tre musicisti si sveleranno al mondo così togliendo una parte del mistero – che ha sempre la sua attrattiva al di là del congruo – e del fascino che ne consegue. L’officina verrà dismessa e la band si affiderà a un ambulatorio di chirurgia plastica per uscirne con connotati più conformi ai bisogni dell’industria e del proprio personale riconoscimento pubblico (cosa che non funzionerà poiché dopo il secondo album, In Visible Silence, scivoleranno sempre più sul fondo delle charts): “E poi, in un modo pop abbastanza ordinario, c’è stata una reunion”, ha scritto molti anni dopo Paul Morley. “Dopo aver criticato, come critico, i facili modi in cui i gruppi si riformano per un altro assaggio di celebrità, o per riconquistare la giovinezza perduta, o per rimpinguare i conti in banca, come membro di un gruppo ero divertito da quanto fosse bello e confortante far parte di una nostalgica reunion”.
Come ammesso con ammirevole sincerità dall’ex giornalista e stratega pop, il clangore “musicale” (il patchwork di suoni dove il concetto di armonia latita o perde senso: In No Sense? Nonsense! sarà il terzo disco) della macchina dada-futurista andrà velocemente stemperando. E il ricordo più netto che resterà della band, la reliquia che tutti desiderano sentire – in concerto, nelle camere da letto, o lungo il percorso dalla navata centrale verso l’abside pronti a scambiarsi le fedi nuziali – è Moments In Love. Il luogo in verità più estraneo al cuore pulsante, zang tumb tuum, degli Art Of Noise più misteriosi ed eccitanti.
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