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“È tempo che ci facciamo una chiacchierata / non è mai ciò che vuoi sentire / È così divertente come le parole possano ferirti / anche dopo tutti questi anni”. Inizia così il nuovo album dei Texas, che esce a otto lunghi anni di distanza dal precedente Redbook. La band di Sharleen Spiteri è abituata a passare dal centro della scena al dimenticatoio per poi rialzare la testa – dopo la prima hit I Don’t Want A Lover, infatti, ci volle un po’ di tempo per rivederla in cima alle classifiche; alla fine degli anni Novanta brani come Say What You Want e Black-Eyed Boy spopolavano nelle radio di tutta Europa, per merito della fusione di melodie sfiziose ed echi di girl group, ABBA e Fleetwood Mac uniti al fascino discreto di una Sharleen cresciuta a pane e classici Motown, sensuale persino in versione drag king nel video di Inner Smile. L’incantesimo, però, non si è ripetuto negli anni Duemila e, durante la lunga pausa, la front-woman ha sfornato un disco furbo come Melody (se Amy Winehouse e Duffy vendevano guardando al rhythm ‘n’ blues e al pop malinconico di matrice Sixties, fece bene a provarci visto che quei territori li esplorava già) seguito da una collezione di cover (The Movie Songbook) non esattamente imprescindibile.
Ora è la volta di The Conversation, che nelle intenzioni degli autori dovrebbe celebrare venticinque anni nel music business con un campionario di ciò che la band scozzese ha dimostrato di saper fare piuttosto bene; più che ai grandi successi di White On Blonde e The Hush, tuttavia, qui ci si accosta agli esordi (da un lato) e alla prima prova solista della Spiteri (dall’altro), tra caramelle pop/rock con la dose giusta di zucchero (la title track, Talk About Love, Hid From The Light), gradite incursioni nei Sixties di Ike & Tina Turner (Big World) e delle Supremes di Diana Ross (Dry Your Eyes) e lenti perfetti per far tornare adolescente il pubblico adulto nostalgico dei balli da mattonella nel segno di Elvis Presley e di Roy Orbison (I Will Always, Maybe I).
A dare man forte ai Texas arrivano il gentiluomo senza tempo Richard Hawley, che lavora volentieri con profitto al servizio di altri artisti (sua la recente After The Rain di Shirley Bassey), e Bernard Butler – prima chitarrista dei Suede, poi in duo con David McAlmont e, ultimamente, autore e produttore per la già citata Duffy. Il dispendio di energie non dà sempre i risultati sperati, ma le vere note dolenti sono altre: fuori tempo massimo il rock da FM di Detroit City (indecisa se rievocare Pat Benatar, Deborah Harry o Kim Wilde, Sharleen cerca nel dubbio di emularle tutte e tre in un brano che gli ultimi Killers relegherebbero allo status di b-side senza pensarci due volte), senza infamia né lode Hearts Are Made To Stray (vicina, stavolta, agli ultimi Pretenders).
C’è parecchia confusione, in casa Texas, e un’attenzione alle melodie (a volte fiacche, altre volte che sanno di già sentito) incostante rispetto ai loro standard; si sospetta che neppure la loro nuova etichetta (la Pias, dopo anni alla corte della Universal) creda molto al materiale inedito, tant’è che la prima tiratura arriva anche in edizione limitata con nove grandi successi dal vivo allegati. Poteva essere l’album della rinascita, magari correndo qualche rischio, e invece The Conversation alla fine si rivela per ciò che è: uno dei tanti dischi “carini” in circolazione, all’insegna di un adult contemporary tanto piacevole quanto inoffensivo. Un album cui avvicinarsi con cautela e che nulla toglie – ma ben poco aggiunge – alla carriera del gruppo.
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