Recensioni

7.2

A quasi dieci anni dal debutto, l’acerbo e confuso ma già promettente Ardour, arriva il nuovo disco, il quarto, di Teebs, il poliedrico artista losangelino, affiliato alle principali crew cittadine che hanno contribuito a rigenerare la black music più spirituale e avventurosa (Low End Theory, Dublab…): proprio lo spirito di comunità della scena della città californiana è una delle ispirazioni che hanno guidato Mtendere Mandowa (nato però a New York da genitori del Malawi e delle Barbados) nella realizzazione Anicca, insieme alla scoperta del buddhismo (evocato sin dal titolo) e all’attività collaterale che lo vede impegnato anche come pittore. Questo altro talento di Teebs può essere ammirato (come consuetudine per le sue uscite) anche sulla copertina dell’album: la grafica è infatti l’evoluzione di un ritratto della moglie che, dopo innumerevoli variazioni, si è infine trasformato in una sorta di riproduzione di una vetrata dipinta, così da mantenere grazie ai giochi tra trasparenze e luce, uno stato di costante cambiamento.

Questa introduzione appare necessaria nel momento in cui l’ascolto di Anicca davvero riesce a trasmettere le sensazioni, le influenze ricercate dal suo artefice: complici anche alcuni ospiti (su cui spicca la collega afro-futurista Sudan Archives, fresca di esordio su Stones Throw, tanto per restare sempre in California, e qui alle prese con il funky interdimensionale di Black Dove), le atmosfere del disco risultano organiche, sempre molto mistiche e personali (come la splendida, riverberata e sospesa, Threads con la vocalist Anna Wise), tendenti quasi alla psichedelia (non a caso nel downtempo estatico di Studie troviamo anche Panda Bear degli Animal Collective), ma lontanissime da quei sentori leggermente da sottofondo che ancora aleggiavano sui lavori precedenti. Questa volta gli ormai proverbiali toni distesi (le due delicatissime parti di Prayer), le scansioni ritmiche figlie dell’hip-hop (Shells), l’incedere spesso caracollante (wonky appunto, come lo stile elettronico di cui Teebs è stato tra gli alfieri e che qui viene nobilitato, con tanto di strumenti veri quali archi e fiati, nell’ottima Mirror Memory), gli immancabili omaggi a Dilla (Daughter Callin’) e le inflessioni jazz (la perfetta opening-track Atoms Song) si susseguono con grande naturalezza e fluidità.

Se il primo lavoro di Teebs, il succitato Ardour, risentiva fortemente degli echi di un evento luttuoso (la morte del padre), questo Anicca subisce l’influsso, assolutamente positivo, di un altro importante accadimento intimo, la nascita della figlia (la cui voce fa capolino, tra gli innumerevoli strati di synth dolcissimi, sul finire di Slumber): lo sbocciare progressivo di una nuova vita, con le sue difficoltà e tutto il suo stupore, è il riferimento più azzeccato per questo gioiellino, forse l’apice (per ora) della produzione e della creatività musicale di un producer mai così efficace in precedenza.

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