Recensioni

Nonostante la pandemia e tutto il resto, il 2020 rimarrà per i Technoir un anno da ricordare anche assai positivamente: dall’esordio del 2017 il duo genovese ha lavorato instancabilmente per raffinare ed evolvere un sound che già nel 2019, nell’ep contenente la collaborazione con Stuart Zender (Jamiroquai) e l’italiano Clap! Clap!, mostrava uno spessore e un’autorevolezza inediti. Il 2020 poi si è aperto con l’uscita del singolo Hayami / Bitter Awakening (con il featuring di Veezo e uno splendido video animato ad accompagnarlo). Nei quattro minuti e mezzo del brano si poteva già scorgere la sorprendente e muscolosa maturazione di Jennifer Villa e Alexandros Finizio, i quali in parte si sono allontanati dall’universo electro-soul, un po’ wonky e un po’ trip-hop, sì fascinoso, ma spesso tendente all’omologazione. Le novità riguardano soprattutto l’incursione in territori rock che guardano tanto agli anni settanta più californiani e acidi quanto agli ottanta più dark. Tentazioni rimarcate anche nel disco, uscito sul finire di ottobre.
Il titolo, Never Trust the Algorithm, suggerisce traiettorie imprevedibili e, infatti, quasi soltanto l’iniziale e breve Cause and Effect gira dalle parti dei lavori precedenti, tra Bristol e l’etichetta losangelina Brainfeeder: The Dreamer e There Was a Time riprendono invece le solari ed elettriche atmosfere seventies tra rock e soul, che qualche anno fa avevano attirato anche l’attenzione di Toro Y Moi. Icons è un sorprendente (e un poco caciarone) industrial blues, mentre il funky synthetico di Haters Hate si candida tra le vette del disco, arricchendo certi sentori nu-soul (tra Erykah Badu e i Roots più sudati e irregolari) di spezie psichedeliche. A contenderle il trono l’indolente trip-hop de Il Male (che, ai più anziani e attenti alle geografie soniche dello Stivale, potrebbe ricordare il funk-dub lascivo dei Sensasciou). Tentazioni gotiche riemergono nell’ottima The Beauty We Are Losing (una versione wave delle ESG più sensuali) e nella distortissima Nomad, mentre la conclusione, affidata alle note più eteree di Space and Time, ribadisce la carica elettrica e graffiante che caratterizza l’intero album.
Dove artisti con meno talento e classe avrebbero potuto soccombere all’ambizione e all’eterogeneità di stili e generi, i due Technoir si distinguono per coesione e anche coraggio: Never Trust the Algorithm è un disco che rifugge le mode e si inventa una sua, misurata e accattivante, miscela di rock, elettronica e black-music.
Amazon
