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La maggior parte di noi occidentali non ha idea di cosa significhi vivere in esilio, lontano da casa, lontano dagli affetti. Ma c’è chi, invece, conosce fin troppo bene questa condizione. I Tamikrest ne sono un esempio: costretti a lasciare il proprio paese per via della Sharia, la legge sacra islamica che regola la vita anche nella loro terra, oggi vivono in una nazione straniera, l’Algeria. La band – i cui componenti avevano preso parte alla rivolta Tuareg (1990-’95) – ha deciso, da tempo ormai, d’abbandonare le armi per imbracciare chitarre elettriche e strumenti musicali. La lotta per l’autodeterminazione del proprio popolo, quello Tuareg, ha preso la forma delle canzoni; il campo di battaglia è diventato il quattro quarti del rock. Il dolore è stato affidato alla malinconia delle note blues e la speranza nel futuro alla psichedelia degli arrangiamenti. Il canto del “popolo blu” sgorga da tutta la discografia dei Tamikrest e accompagna noi, ascoltatori inconsapevoli, alla scoperta di quella terra e della sua storia. Così, Chatma, terzo album del gruppo uscito nel 2013, era dedicato alle donne del popolo nomade, “sorelle” – questo significa il titolo del disco – capaci di resistere con coraggio a soprusi e violenza; prime vittime del conflitto e simbolo di resilienza, speranza e cambiamento. Allo stesso modo, Kidal (2017) – il cui nome viene dalla città in cui si formò la band nel 2006 – portava avanti una sorta di “resistenza” in musica che a noi italiani riporta subito alla mente i canti dei partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale.

La sostanza non cambia neanche nell’ultimo Tamotaït, uscito il 27 marzo per Glitterbeat Records. Questo quinto disco non si discosta dalle sonorità a cui il gruppo ci aveva abituato nelle opere precedenti: il rock’n’blues si mescola con la musica etnica, dando vita a un connubio psichedelico in cui le chitarre sono le protagoniste assolute. Ci sono echi di Stones, come nella traccia d’apertura, Awnafin e nella penultima Anha Achal Wad Namda, anche se sono atmosfere meditative, ma cariche di pathos, a dominare il disco (Amzagh, Timtarim e Tihoussay). Non mancano reminiscenze world music che, per un istante, fanno pensare al nostro De André di Crêuza de mä (As Sastan Hidjan). Riff ipnotici di chitarre blues si susseguono in ogni traccia e si mescolano a vocalismi berberi, creando un effetto straniante e potente sul quale si appoggiano testi che hanno il sapore del dolore e di anni di soprusi: «We are the Kel Tamasheq people, becoming servants of servants / We are the people who hope for a better day».

I Tamikrest non inventano niente di nuovo; non stravolgono le regole del desert blues, ma chi se ne frega. La musica di Tamotaït, che, non a caso, significa “speranza per il cambiamento” è musica che nasce da un’urgenza; è musica di libertà e speranza nel futuro, e ne abbiamo bisogno anche noi.

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