Recensioni

Se il comeback oggi è una pratica quasi scontata, quello che fanno gli Swans da qualche anno a questa parte lo è decisamente meno. The Seer e To Be Kind, più di quel My Father Will Guide Me up a Rope to the Sky che ne aveva sancito il ritorno quattro anni fa, hanno inaugurato non una ripresa delle vecchie idee – per fortuna – ma una sorta di reset 2.0, una nuova forma tanto radicale che il passato, e perfino una buona fetta del presente, sono stati rimossi dalle scalette dei live, in cui rientrano regolarmente i brani in lavorazione.

Non sappiamo quale forma prenderà Frankie M, inizio del concerto – aperto da Pharmakon con un certo piglio e personalità – che dopo un’ouverture di un quarto d’ora di gong e feedback con l’aggiunta della batteria prosegue per altri venticinque minuti da quando finalmente prende posto il gruppo al completo, ventilando una durata monstre sul disco che verrà – sempre se sarà incisa. Un pezzo che da solo dura come metà di un concerto normale da club, ed è lo specchio degli Swans dal vivo: una monumentale prova d’orchestra per una sinfonia distorta, l’über Werk che Michael Gira sembra sentire nella sua testa tra le armoniche superiori prodotte dagli accordi monolitici, o meglio da quell’unico accordo collettivo che risuona fra i riverberi e gli strati di rumore, più simile all’economia delle composizione moderne di un Arvo Pärt  (“tre note di un accordo sono come campane”) industrializzato o di un Glenn Branca, che non a una jam rock.

Anche Don’t Go – altro work in progress – è una sorta di prova generale di un distillato degli ultimi Swans, dal leader sciamano – persino in versione danzante – alla potenza compatta dell’insieme, con in più il ritmo groovy già sfoderato dalla seconda parte di The Apostate e da Little God in My Hands (raddoppiata almeno nel minutaggio, se non nell’intensità). Curioso poi, sarà scoprire che deriva avrà preso l’altro inedito, Black Hole Man, unito nel medley finale a Bring the Sun: è un brano rockeggiante, oseremmo dire alla Sonic Youth per il ritmo metronomico e il tipo di riff. Stona quasi con il resto, verrebbe da dire.

Anche al netto dell’assuefazione subentrata vedendoli per la quarta volta in quattro anni, questa di Milano è stata una performance con pochi punti deboli. Per entrare nel mood vale più l’esperienza di un locale più piccolo e adeguatamente claustrofobico (al Locomotiv di Bologna, un paio di anni fa, tremavano i muri) ma all’Alcatraz si respira e si colgono a sufficienza certi dettagli del suono. Gira ha giurato che smetterà quando non farà più musica interessante con gli Swans e il momento per fortuna sembra di là da venire.

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