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Dopo aver resuscitato la figura di Sherlock Holmes (Sherlock) in un modo che difficilmente verrà superato in futuro sul piccolo schermo, e subito dopo la rilettura del Dracula di Bram Stoker con l’ottima interpretazione di Claes Bang, Steven Moffat torna a collaborare con BBC e Netflix per mettere in mostra tutto il suo talento stavolta alle prese con una storia affascinante anche se apparentemente più “normale”: Inside Man, miniserie disponibile dal 31 ottobre sulla piattaforma.
L’esperimento in quattro episodi è volto a descrivere cosa accadrebbe se un uomo tranquillo si trovasse a prendere una serie di decisioni sbagliate l’una dopo l’altra. È quanto accade al reverendo Harry Watling, interpretato da David Tennant (già al lavoro con Moffat nelle sue tre stagioni di Doctor Who), che per un equivoco si ritrova ad essere accusato di possesso di materiale pedopornografico dall’insegnante di ripetizioni di matematica del figlio. L’incomprensione darà così vita a un’escalation di violenza che porterà i personaggi in situazioni molto più estreme di quanto non avessero previsto. Parallelamente, seguiamo anche le vicende di Jefferson Grieff (un magistrale Stanley Tucci), professore di criminologia rinchiuso nel braccio della morte in Arizona per il brutale omicidio della moglie. Quest’ultimo è ormai una celebrità nel campo, e viene spesso consultato per i casi più insoliti, che poi Grieff deciderà o no se accettare, in base a un suo personale codice morale.
Fin da subito appare evidente come Moffat cerchi di cavalcare due strade ben distinte: la prima è quella molto battuta e di questi tempi tornata in voga a livelli inverosimili del crime thriller (basti pensare al successo planetario di una serie come Dahmer, appena rinnovata per una seconda stagione) con la figura di Stanley Tucci che richiama da vicino quella antesignana di Hannibal Lecter nonché il suo rapporto ambiguo e amichevole con coloro che richiedono il suo aiuto in cella; la seconda è quella dell’uomo in balia degli eventi, con la storyline del reverendo di Tennant infarcita di elementi grotteschi e financo parodistici dello stesso crime thriller (basti pensare al segmento quasi comico in cui la giornalista Beth Davenport sorprende Mary (la moglie del reverendo) in casa della vittima.
L’impianto di storia e personaggi, poi, potrebbe ricordare anche Fargo e quel fatalismo macabro che abbiamo imparato ad amare nella serie di Noah Hawley anche se siamo distanti anni luce dal suo pessimismo e cinismo (nonché dal livello della messa in scena, che nel caso della miniserie Netflix è appena sufficiente). Quello di Inside Man è più un divertissement con personaggi curiosi quanto basta a suscitare fascino, che tuttavia si ferma solo alla superficie senza concentrarsi troppo sulla loro funzione nella società. Il solo personaggio di Janice Fife, interpretato da una grandissima Dolly Wells (già con Moffat in Dracula), è così dannatamente ambiguo da meritare maggior analisi (e il gancio a una possibile seconda stagione è del tutto giustificato).
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