Recensioni

7.5

Per buona parte dei sei episodi di The Devil’s Hour, la nuova miniserie con protagonista l’ex-Doctor Who Peter Capaldi, non capiamo né cosa stia succedendo né cosa stiamo effettivamente guardando. La prima creatura di Tom Moran si presenta come un thriller psicologico dai contorni crime ma non è né l’uno né l’altro, rendendo sempre più evidente la propria natura sfuggevole ad ogni incasellamento.

In realtà, la serie rientra perfettamente nella tradizione dei serial britannici che esigono dallo spettatore quello sforzo in più che le storie oggigiorno – pensiamo a quelle pilotate dall’algoritmo delle varie piattaforme streaming, da Netflix alla stessa Prime Video, che distribuisce The Devil’s Hour nel mondo – semplicemente non osano richiedere più. Nel suo primo tentativo di costruzione di una serie completa, Moran si addentra nella sfera sensazionale del weird e dell’eerie – come li ha definiti Mark Fisher nel suo ultimo saggio postumo – ovvero di ciò che in italiano potremmo tradurre con “strano” e “inquietante”. Se Fisher spiegava la distinzione sottilissima tra i due termini (utilizzando le opere di Philip K. Dick, David Lynch e H.P. Lovecraft per il primo e quelle di Kubrick, Brian Eno e Christopher Nolan per il secondo), Moran è abilissimo nell’inglobarli entrambi nella sua storia.

Perché se la trama lineare che ci viene presentata all’inizio dello show è abbastanza strana da posizionarsi all’interno della sfera “weird”, la seconda storia, quella che perseguita parallelamente la prima, è senza alcun dubbio un esempio di “eerie”. In breve: Lucy (Jessica Raine) si sveglia ogni notte alle ore 3:33 (“l’ora del diavolo”) dopo aver avuto incubi su cose mai accadute e visioni di tragedie che non si sono ancora verificate. Suo figlio Isaac è uno strano bambino che ripete le cose che gli vengono dette, sembra avere molteplici amici immaginari e non mostra mai alcuna emozione: non è autistico, non è schizofrenico e nemmeno l’ultima degli psicologi che lavorano con Lucy e Isaac riesce a capire cosa ci sia di sbagliato in lui. Ogni episodio è intervallato da momenti nei quali Lucy si trova in una stanza con uno strano personaggio di nome Gideon (Peter Capaldi). Lei ha lividi su tutto il viso e lui si trova ammanettato al tavolo. «Qual è la cosa peggiore che hai mai vissuto?», le chiede. La risposta a questa domanda e a molte altre non verrà rivelata fino all’episodio finale.

Prodotta da Steven Moffatt (Doctor Who, Sherlock e che in questi giorni è tornato a colpire su Netflix con la splendida Inside Man), The Devil’s Hour tesse lucidamente la propria tela e non perde mai l’obiettivo principale della sua missione: turbare profondamente lo spettatore e svelare il meccanismo di cui è composta la sua realtà quotidiana, dove anche dietro il gesto più insignificante può celarsi l’innesco di un cambiamento radicale. Nella sua progressione narrativa, Moran è abile nell’utilizzare poi tutti i cliché sia dell’horror (il personaggio di Isaac è modellato su una miriade di bambini inquietanti, da Il presagio in poi) e del crime (con le figure dei due detective disillusi che indagano su una scia di omicidi effettuati in un arco di tempo molto lungo un po’ à la True Detective).

Unica pecca, probabilmente, è un ultimo episodio “spiegone” che tira le fila del discorso in modo fin troppo esplicativo, pur lasciando in sospeso lo spettatore con un finale con la doppia funzione di chiusura e riapertura del cerchio. The Devil’s Hour magari non tratterà i massimi sistemi di cui parla con uno sguardo politico accentuato (ed è un peccato che non vi si soffermi più di tanto) ma come nella migliore tradizione della fantascienza più umana non perde mai di vista i personaggi e si rivela un esperimento riuscito e un ottimo modo per trascorrere sei ore circondati da un’atmosfera rarefatta e perturbante quanto basta per far ragionare le menti rese esageratamente assopite da troppe serie blande e insignificanti.

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